I migliori album del 2026, finora: Ed O’Brien

Le scelte della redazione: “Blue Morpho”

Recensione del 08 ago 2026 a cura di Gianni Sibilla

Ed O’Brien è sempre stato uno di quei musicisti che si raccontano male con le gerarchie classiche del rock. Il chitarrista “secondo”? O il meno appariscente, il “quiet one” dei Radiohead, in una band con personalità forti come Thom Yorke e Jonny Greenwood?

Tutte etichette che in parte funzionano e in parte no. Perché nella storia del rock ci sono musicisti che non occupano il centro della scena ma tengono in piedi l’architettura del suono: non i virtuosi, ma quelli che gettano le fondamenta e tengono insieme tutto, stando un passo indietro. Parlando del primo album solista di Ed O’Brien mi era venuto in mente George Harrison, “the quiet one”, appunto. Sentendo “Blue Morpho” mi viene in mente Bob Weir dei Grateful Dead: non per il suono, ma per l’approccio e la solidità.

“Earth”, uscito nel 2020, era un esordio molto riuscito ma ancora leggibile in filigrana attraverso i Radiohead; “Blue Morpho” è un lavoro più libero, più personale, tanto che O’Brien è passato dall’acronimo EOB al nome proprio. Anche perché nasce da un momento diverso.

O’Brien ha raccontato di avere attraversato una depressione profonda durante i lockdown. Potrebbe essere il dettaglio biografico da cartella stampa usato per aggiungere uno spessore di cui la musica non ha bisogno: basterebbero gli 8 minuti di arpeggi folk-rock di “Incantations” o i 10 di “Obrigado” - sì, c’è di mezzo il Brasile - per avere un disco di grande livello. E già da questi minutaggi si capisce che “Blue Morpho” non ha la struttura di una raccolta di canzoni tradizionale, ma quella di un viaggio sonoro che procede per stratificazioni e lente progressioni. Più che cercare il formato-canzone, O’Brien sembra inseguire stati sonori.

In “Blue Morpho” ci sono psichedelia folk ed elettrica, elettronica, suggestioni jazz e aperture globali. In certi momenti è impossibile non pensare ai Radiohead più contemplativi, ma senza quella tensione trattenuta: qui c’è piuttosto una ricerca di fluidità, di espansione.

Si sente l’attrazione per altri mondi: le aperture orchestrali della title track, il gioco tra elettronica ambient e jazz di “Solfeggio”, “Thin Places” con la presenza di Shabaka Hutchings, uno dei momenti più evocativi del disco. Persino la presenza di Philip Selway in un paio di brani funziona più come richiamo naturale che come mini-reunion radioheadiana.

La chiusura di “Obrigado” è l’altro capolavoro del disco, dopo l’apertura: parte con un groove appena accennato e si sviluppa in un suono tropicalista e si chiude in una jam psichedelica alla Pink Floyd. Una meraviglia

Detta così potrebbe sembrare un disco cerebrale. In realtà il suo pregio maggiore è proprio l’opposto: nonostante le stratificazioni sonore e le forme dilatate, “Blue Morpho” rimane sorprendentemente accogliente, un luogo sonoro in cui viene voglia di tornare. Non è un esercizio laterale, ma un progetto con una sua identità forte. E fa venire una gran voglia di vederlo dal vivo: sarà a Milano il 6 ottobre e le premesse sono le migliori possibili.

Tracklist

01. Incantations (07:41)
02. Blue Morpho (06:18)
03. Sweet Spot (04:10)
04. Teachers (05:18)
05. Solfeggio (02:36)
06. Thin Places (02:19)
07. Obrigado (09:53)

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