Avevamo lasciato PJ Harvey più di sette anni fa con "The hope six demolition project", un album nato dal viaggio intrapreso dalla musicista insieme al fotografo e regista Seamus Murphy attraverso diversi luoghi in tutto il mondo destinati alla demolizione e ricostruzione. Un’esperienza intensa e che, dopo il tour a supporto del nono album, ha portato Polly Jean Harvey a prendersi una pausa discografica per dedicarsi ad altri progetti, durante la quale si vociferava addirittura di un suo possibile ritiro dalla musica. Oltre ad aver lavorato su diverse colonne sonore, l’artista ha scritto un romanzo in versi, uscito nel 2022 e intitolato “Orlam”. Adattando dodici delle poesie del suo inquietante, onirico e misterioso libro, scritto in dialetto del Dorset, dove Polly è nata e vive tuttora, PJ Harvey ha poi dato forma alle canzoni incluse nel suo nuovo album, “I inside the old year dying”.
Una ragazza del Dorset
Prendendo spunto da “Orlam”, il decimo album in studio della 53enne musicista inglese racconta la crescita di una giovane ragazza, Ira-Abel Rawles, nel tortuoso passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Il paesaggio in cui è ambientata la storia è mutevole e sembra incorniciato in un’altra epoca grazie al canto in dialetto e agli spazi sonori disegnati nelle dodici tracce di “I inside the old year dying”, per quasi quaranta minuti di musica. Dopo il garage rock e le scelte più accessibili di “The hope six demolition project”, ora PJ Harvey richiede attenzione, sensibilità e un ascolto contemplativo. Il nuovo album, dalle strutture musicali per gran parte più minimali ma capaci di sorprese, può così essere un lavoro più coinvolgente e diretto. Grazie alla libertà raggiunta con questo lavoro, i suoni e le intuizioni che guidano le canzoni del disco danno un senso di immediatezza, e anche i termini più strani, nonostante il linguaggio arcaico, assumono significato. Polly Jean Harvey svela con “I inside the old year dying” un nuovo modo di unire parole, immagini e musica, puntando a una narrazione oscura ma evocativa, superando sicuramente l’idea tradizionale di album.
“I inside the old year dying”
Dopo la frenesia dei primi album degli anni Novanta, con cui si è affermata come una sfrontata cronista e voce femminile, PJ Harvey è sempre stata un’artista sfuggente alle categorizzazioni e nel corso della sua carriera ultratrentennale ha esplorato sempre strade diverse. Per il nuovo “I inside the old year dying”, insieme ai produttori e collaboratori di lunga data Flood e John Parish, la musicista britannica ha scelto di dare respiro e musica alla poesia. Ogni nota e ogni sonorità sono scarne, scheletriche e oscure per dare importanza all’impatto emotivo del suono con specificità. Mentre la voce di PJ Harvey diventa lo strumento principale dell’intero album, immagini crude, sovrapposizioni di incisioni di urla di bambini che giocano, linee elettriche, e distorsioni portano ad immergersi nell’atmosfera del disco.
A partire dai lunghi sibilii di “doo-doo-doo, doo-doo-doo-doo-doo” in “Prayer at the garden gate”, “I inside the old year dying” esplora e sperimenta paesaggi e racconti sonori mutevoli. La narrazione viene quindi affidata sia a brani musicalmente più scarni come “Autumn Term”, sia a passaggi più articolati dai ritmi ipnotici come “Lwonesome Tonight”, con giochi folk che guardano a Neil Young e un omaggio a Elvis Presley, la cui “Love me tender” viene continuamente citata nel disco. Accompagnando un linguaggio elegante per seguire l'esperienza disorientante della crescita, le immagini che vengono illustrate da musica e parole sono sia fantasiose che eclettiche.
L’approccio vocale di PJ Harvey in ogni traccia, dall’uso del falsetto a toni colloquiali ("Seem an I”), gioca un ruolo chiave nel svelare lamenti e suggestioni, o descrivere situazioni e stati d’animo. “Someone please / ‘Love Me Tender’”, confessa Polly in “August”, uno dei momenti più intensi di “I inside the old year dying” insieme alla title track e all’ultima traccia, “A Noiseless Noise”, un brano pieno di grinta con sfumature punk che ricordano i suoi esordi. Con il suo decimo album, oltre a trasportare gli ascoltatori in un viaggio intensamente vivido, PJ Harvey presenta un altro lato del suo genio creativo, e offre ancora una volta la dimostrazione che l’arte, nella sua profondità più vera, non può essere forzata.