Avevamo lasciato qualche anno fa i Baustelle alle prese con un pop stratificato, complesso e iper prodotto (quello dei due volumi di “L’amore e la violenza”) ed ora li ritroviamo nel nuovo album “Elvis” alle prese con un rock diretto, con forti radici negli anni ’70 e un suono di matrice black che a volte stupisce nella rilettura della band toscana.
Un album "alla vecchia"
“Elvis” è un grosso cambiamento per i Baustelle, sia stilisticamente che come metodo di realizzazione. Non più computer e parti suonate in solitudine tutte poi da assemblare. Qui si torna “alla vecchia”: una band che si ritrova a lavorare tutti insieme, con ogni componente del “gruppo” che fornisce un contributo. Oltre ai tre membri della band di origine toscana (Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini) entrano in gioco infatti molti altri “session”, tutti però con una propensione al suono rock. Ecco allora la presenza più corposa della chitarra, di un organo Hammond, di una sezione fiati, di un sax che si lancia in assoli, un basso pulsante e una batteria dinamica ma anche echi orchestrali, senza disdegnare qualche accenno melodico.
La matrice originale del suono è quindi quella del rock classico (“potrebbe essere un disco uscito nel 1973” ha dichiarato Bianconi), con influenze volutamente e dichiaratamente derivanti dalle lezioni di David Bowie, Lou Reed, del glam rock dei T Rex, ma anche dei Rolling Stones. In bella evidenza la black music metabolizzata e rielaborata dal rock ma anche chiaramente espressa in bianchissimi cori gospel (quelli de “Il regno dei cieli” con gli amici passati in studio Andrea Poggio, Lucio Corsi, i Coma Cose, Antonio di Martino, Clauscalmo, Galea, Laila Al Habash, Angelo Trabace).
Racconti classicamente da Baustelle
Se dal punto di vista musicale e strumentale il disco stupisce e vira verso un nuovo territorio, più classico e di conferma è l’ambito lirico, testuale. “Elvis”, infatti, in questo contesto è nel solco dei Baustelle (di Bianconi verrebbe da dire) più “tradizionali”. Ci sono le osservazioni di mondi diversi, i racconti brevi, quelli di una canzone, c’è la vita, c’è la morte, ci sono i personaggi. È il solito insieme di liriche tutte da gustare, da ascoltare e analizzare che altro non fanno che fotografare la realtà, il presente, l’oggi, la vita come la morte. A volte c’è un taglio drammatico a volte più leggero e descrittivo ma c’è su tutto la penna di Bianconi.
L’inizio è spiazzante con la sua analisi della cultura del rave, dello sballo e del divertimento a tutti i costi, un brano scritto prima della polemica politica legata al divieto dei raduni “clandestini”. Ma si parla di personaggi incontrati nella realtà (la drag queen di “Jackie”, si racconta Milano - città adottiva - si parla di provincia, di suicidio e molto altro.
Un disco necessario per la band
“Elvis” è un disco necessario alla carriera dei Baustelle, li porta verso un mondo “nuovo” (anche se non nuovissimo), li presenta in maniera differente, dimostrando che possono essere pop o rock, sempre però con uno stile elegante e definito. Un disco che ha strappato la band da suoni più costruiti a volte oscuri dando loro nuova energia e lanciandoli in un mondo più colorato, frizzante, frutto di una maggior immediatezza sonora che diventa accattivante e brillante (come, ad esempio, nel rock’n’roll dell’ultimo singolo “Milano è la metafora dell’amore”).
La tracklist
Andiamo ai rave
Contro il mondo
La nostra vita
Milano è la metafora dell’amore
Jackie
Los Angeles
Betabloccanti cimiteriali blues
Gran Brianza Lapdance Asso di cuori Stripping Club
Il Regno dei cieli
Cuore