Fuori dalle bolle: Motta suona (letteralmente) in mezzo ai fan

La recensione - e le foto - del concerto del rocker, tra l'installazione e la performance artistica.

All’ingresso dell’Hacienda ci sono dei cartelloni che pendono dal soffitto con su scritti i versi delle canzoni di Motta: “In fondo al mare mi sono perso, come dei pesci nell’universo”, “La musica è troppo forte, non si riesce a parlare”, “La mia tranquillità l’ho presa in mano e me la son bevuta”. In lontananza, il brusio di chi ha già preso posto in sala. Appena si entra, si ha la sensazione di essere in una situazione a metà tra la performance artistica e l’installazione. Al centro del locale alcuni tappeti compongono un cerchio intorno al quale sono stati posizionati fari e casse, collegate agli strumenti in mezzo. L’intenzione è chiara: è quella di non essere su un piedistallo rispetto al pubblico, ma in mezzo al pubblico stesso. Riportando letteralmente la musica al centro. Quando alle 21.40 Motta si palesa insieme a Roberta Sammarelli, Cesare Petulicchio e Giorgio Maria Condemi, i compagni che l’ex Criminal Jokers ha voluto al suo fianco per questa sfida, i musicisti vanno a prendere i loro posti dietro agli strumenti evitando ogni forma di divismo. E cominciano subito a suonare, senza troppe chiacchiere, onorando lo slogan scelto da Motta per il suo nuovo progetto discografico: “Suona”, semplice e chiaro. “Cambio le ali, vado più in alto, ascolto il vento che mi spinge lento”, canta il rocker toscano in “Cambio la faccia”, il primo brano in scaletta, ideale dichiarazione di intenti che sembra incarnare l’aria di rivoluzione nell’universo dell’artista, che a otto anni dall’esordio con “La fine dei vent’anni” - diventato un classico del cantautorato italiano contemporaneo - in questa fase della sua carriera ha deciso di cercare strade poco battute in cui correre libero, prendendosi i suoi tempi e i suoi spazi. Il pubblico, tutto intorno ai musicisti, ascolta in silenzio. Come in un rito laico.

E in fondo il concerto vuole essere esattamente questo: un rito laico in cui tutto gira intorno alla potenza, alla passione e ai sentimenti spesso contrastanti che quel grandissimo strumento chiamato musica ha la capacità di esercitare su ogni individuo. È un’alternativa al gigantismo spersonalizzante che ormai impera nella musica dal vivo, tra maxischermi, maxipalchi, ospiti di grido e quant’altro, in cui l’artista è distante anni luce dai fan non solo fisicamente. Il presenzialismo social, poi, offre solo una parvenza di vicinanza ai personaggi, la cui presenza virtuale nasconde in realtà un’irraggiungibilità di fondo: sono degli dei soli e dissociati, che vivono all’interno di bolle. La sua, di bolla, Motta la fa scoppiare quando su “Roma stasera” prende il microfono e si lancia in mezzo alla gente, tra chi lo tira di qua e di là: “A me piace lo schifo, la puzza di gente”, canta. È lì che vuole stare, ora: mischiato in mezzo alla gente. Quando lo scrisse si era già trasferito da qualche anno a Roma, arrivato nella Capitale per studiare composizione di musica per film al Centro sperimentale, sulla Tuscolana, lasciandosi alle spalle la vita di provincia e le avventure con il gruppo con il quale aveva cominciato a farsi conoscere nel circuito indie, i Criminal Jokers. Era un puro, che quel genio di Riccardo Sinigallia prese sotto la sua ala protettiva e forgiò, indicandogli la via. Oggi, quattro dischi, un Sanremo (quello di “Dov’è l’Italia”, oggi scomparsa dalle sue scalette, andato così e così) e qualche migliaio di chilometri percorsi in furgone dopo, è a quella purezza che Motta sembra avere bisogno di tornare.

7 novembre 2024 - Hacienda - Roma - Motta in concerto

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“Ciao a tutti amici. Se c’è qualcuno che vuole venire sul palco con noi non ci sono problemi. Siamo nudi e crudi. Ma sopratuttto nudi”, dice. “La prossima canzone si intitola ‘Suona’. L’abbiamo registrata per un disco che vendiamo qui fuori al merchandising”, aggiunge, divertito e entusiasta come forse non lo era da tempo. Il titolo del disco, prima uscita di Sona Music Records, l’etichetta discografica che ha appena fondato, è “un chiaro riferimento a quando ho iniziato a suonare”, spiega Motta: “Ho avuto la fortuna di crescere in una provincia piena di musicisti che non solo mi hanno aiutato a migliorare, ma anche a cercare di non parlare troppo durante i concerti, visto che una parola in più poteva essere zittita da un urlo unanime: ‘Sona’, appunto”. E la band suona. Eccome se suona. Il basso di Roberta Sammarelli, l’iconica bassista dei Verdena, fa tremare il suolo e le pareti dell’Hacienda. La batteria di Cesare Petulicchio, già nei Bud Spencer Blues Explosion, riempie la sala. La chitarra di Giorgio Maria Condemi rende l’aria elettrica. Il pubblico balla e si scatena, si sente parte attiva dello spettacolo, del rito.

Il concerto assume i contorni di un un’esperienza live libera e psichedelica, pregna dell’attitudine punk che caratterizza il progetto (stasera il bis, sempre a Roma; poi il 27 e 28 novembre sarà al Base di Milano), in cui la dimensione del concerto e quella dello studio di registrazione si fondono l’una con l’altra, anche nelle imperfezioni. Sopratuttto, nelle imperfezioni. L’album suona come se fossimo a un concerto e il concerto sembra una session in studio, una liturgia che non sarebbe la stessa senza la presenza del pubblico intorno ai musicisti. Quando ad un certo punto chiede ai fan di sedersi, attacca “La fine dei vent’anni”: la canta - e la suona - in una versione estremamente intensa, al piano. “Vedo delle facce entusiaste, delle facce perplesse e delle facce entusiaste ma perplesse”, sorride. “Avete domande?”, chiede Motta ai fan, come se fosse uno spettacolo teatrale degli Anni ’70, con annesso dibattito (“No, il dibattito no!”, direbbe Nanni Moretti). Lo ripete più volte, durante il concerto, tra le varie “Del tempo che passa la felicità”, “Chissà dove sarai”, “Sei bella davvero”, “Abbiamo vinto un’altra guerra” e pure “Bestie”, uno dei brani del repertorio dei Criminal Jokers. Su “Alice” arriva a sorpresa Giovanni Truppi. Ma è un’allucinazione collettiva, che dura meno di un minuto: poi sparisce, esattamente come era comparso. Dal nulla, nel nulla.

Su “Ed è quasi come essere felice” Motta torna ad aggirarsi con un ghigno minaccioso tra il pubblico: “Cosa vuole fare?”, sembrano dire gli sguardi, curiosi, degli spettatori. Che nel dubbio ballano, lasciandosi trasportare dal flusso della musica, dal flusso creativo della band, che ha come fine ultimo quello di fare musica per il piacere di farla, in totale libertà. All’improvviso compare anche Danno dei Colle der Fomento, icona della scena rap romana: “È una delle persone più importanti per me, mi ha aiutato a scrivere molti testi”, dice Motta. Insieme cantano “Minotauro”, il brano che il cantautore toscano ha composto per la colonna sonora del film “The Cage”, tra luoghi inospitali e violenti, labirinti e prigioni, la cui intensità rappresenta il culmine del rito: “E mo batto sul tamburo, sveglio la tribù, sciamano / intono un cantico da guerra, capo indiano / cercami nell'еgo di un suono lontano”, rappa Danno. Che poi prima di lasciare il palco dice: “E alla fine se avete o non avete le domande non è importante: noi vogliamo le risposte”. Il rito è finito: Motta ha ritrovato la sua pace.

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