Il cammino di Renzo Rubino nel mondo musicale inizia nel 2010 con il disco d’esordio “Farfavole”. Da Martina Franca, in Puglia, si trasferisce a Milano per studiare al CPM (il centro professione musica diretto da Franco Mussida).
Nel 2011 vince Musicultura a Macerata. Nel 2013 arriva terzo al Festival di Sanremo, passando attraverso la vittoria di Sanremo Giovani, con un brano. “Il postino (amami uomo)”, che colpisce (anche per le sue tematiche di amore omosessuale) e vince il premio della Critica. Insieme a Sanremo arriva “Poppins”, il secondo disco del cantautore pugliese.
Nella sua carriera ci sono altre due partecipazioni al Festival di Sanremo: nel 2014 con due brani: “Ora” (con cui si piazza nuovamente al terzo posto) e “Per sempre e poi basta” con cui vince il premio per il miglior arrangiamento. Dopo il festival esce il terzo album “Secondo Rubino”
Nel 2017 arriva il quarto album “Il gelato dopo il mare” e nel 2018 torna ancora all’Ariston con il brano “Custodire” (13° posto).
Nel 2019 la sua idea di festival si concretizza con “Porto Rubino”, una rassegna itinerante in cui gli ospiti, prestigiosi, nazionali e internazionali, si esibiscono a bordo di una nave, mentre il pubblico assiste al concerto dal porto raggiunto dall’imbarcazione (di medie dimensioni). Si tratta di produzioni speciali ed uniche per la manifestazione che ha anche un forte sapore ambientalista.
Il festival è un grande successo, diventa un documentario prodotto da Sky e viene seguito anche dalla RAI.
Ora a sette anni di distanza dall’ultimo album Renzo Rubino torna con un nuovo lavoro dal titolo “Il silenzio fa boom”, un disco con la banda di paese (la Sbanda), prodotto da Taketo Gohara e arrangiato dal Maestro Mauro Ottolini. Ne abbiamo parlato direttamente con lui
Partiamo banalmente dal titolo del disco: “Il silenzio fa boom”.
Non accade frequentemente nella vita, ma ci sono quei momenti in cui la pace, intesa come lo star bene con il mondo, diventa esplosiva. A me è successo quando ho tenuto in braccio mio nipote, per esempio. O quando ho deciso ad un certo punto, dopo il periodo del lockdown, di tornare a vivere in Puglia. Ero sotto a una quercia con la persona che amavo. C'era Locorotondo di fronte a me e in quel momento, quel picnic, era stupendo. È il risultato di una sorta di ricerca di pace nei confronti di sé stessi. A me è successo. C'è stato un periodo in cui correvo tanto perché volevo fare l’artista, il musicista, volevo sfondare e a un certo punto invece ho rallentato e ho trovato il mio benessere nel silenzio, nella quotidianità. Questo mi permette di essere una persona migliore, più riflessiva, anche più artista, perché mi permette di esplorare sicuramente i miei lati artistici in maniera più definita. Se ci fosse solo il silenzio, probabilmente non ci sarebbe l'arte, quindi ogni tanto mi vado a ficcare nei casini, ma succede in alcuni momenti, piccoli momenti che sono controllati.
Quello che proponi è un disco molto popolare
È un disco che ha da un lato una parte popolare forte, che è dovuta alla presenza della banda, dall'utilizzo degli strumenti acustici. Sono andato in una direzione opposta rispetto a dove la musica sta andando adesso. È un disco antico da un punto di vista proprio della registrazione dei suoni e della ricerca del suono e dell'arrangiamento che è scritto da un maestro che è Mauro Ottolini. Lui ha lavorato “alla vecchia”. Noi durante le registrazioni eravamo con centinaia di spartiti, quando oggi si produce al computer ed è finito. D'altro canto però c'è una parte elettronica che non è neanche un'elettronica moderna, ma rétro, grazie a Vincenzo Vasi che ha utilizzato theremin e altri strumenti del genere.
Come ti è venuta l'idea di farlo con la banda?
Era un po’ di anni che per ridere con i miei amici dicevo che volevo farlo così, perché avevo in mente un disco del Sud e avevo voglia di divertirmi. Poi ho conosciuto i bandisti. Il momento esatto in cui ho detto ok, devo farlo con i bandisti è stato perché una volta Mauro Ottolini non poteva suonare con me in un concerto. Dovevo trovare una soluzione che è stata quella di chiamare la banda del paese. Abbiamo suonato insieme, erano stonatissimi ma bellissimi. Anche i momenti precedenti al concerto sono stati un’esperienza. Tutti insieme a mangiare panini e bere birra, con grande convivialità. Questi sono dei matti per i quali l’importante è divertirsi, stare insieme. Quello di cui avevo bisogno io, quello che volevo dalla musica: stare insieme e passare del tempo sano con delle persone in maniera autentica. Lì ho capito che volevo fare un lavoro autentico con loro, curioso anche di quello che sarebbe uscito.
C'è un forte legame con la tua terra, la Puglia, a partire dalla copertina ad esempio.
Un legame fortissimo. Innanzitutto il disco l'ho scritto lì. La copertina è un quadro che ha fatto Vincenzo Milazzo, che è un pittore naif del mio paese che ha raffigurato con il suo stile tutte le persone che hanno fatto il disco. Quindi c'è Taketo Gohara, Ottolini, Vasi, la banda, mia nonna..... Il disco poi l'ho registrato in Puglia, al teatro di Martina Franca. Abbiamo smontato tutte le sedute, è diventato uno studio di registrazione e tutte le sere eravamo da Michele che ha una braceria fuori dal teatro. Avevo proprio voglia di questo: che venisse fuori una festa. Poi ci sono le collaborazioni con artisti pugliesi ma non musicisti. C’è Donato Carrisi che ha avuto l'idea per il videoclip e ha fatto la regia, Mario Desiati (scrittore, poeta e giornalista di Locorotondo) che ha scritto la presentazione. Sì,è un disco della Puglia, della mia terra a cui devo tanto.
Potremmo definirlo un disco di banda d'autore?
Secondo me ci sta. È giusto, perché non è estremamente popolare, cioè lo è nell'utilizzo della banda, banda che è al servizio della musica d'autore.
Era parecchio tempo che non facevi un disco. Un silenzio discografico durante il quale hai però fatto altre cose. Come mai questa assenza?
Ho visto una serie di fallimenti e a quel punto mi ero concentrato sulla manifestazione/festival “Porto Rubino”, che invece è un successo. Ne sono felice, è stata la mia salvezza, però in qualche momento ha anche offuscato la mia carriera, ero conosciuto più per quello che per la mia musica. Quando saltava tutto, quella cosa lì mi ha dato la forza di andare avanti, di credere in altro, di fare qualcosa e mi sono dimenticato di essere me stesso. Poi ad un certo punto è tornata la musica, ma dopo una serie di fallimenti, dischi non usciti canzoni e progetti saltati
Ma per quale motivo?
Perché i tempi non erano maturi o per altre ragioni. Ho registrato un disco per bambini, per esempio, che non è uscito. Facevo le cose e sembravano sbagliate in quel periodo o non avevo un management e non sapevo da dove ripartire. Durante il Covid avevo un progetto molto grosso che è naufragato a causa del lockdown. Non ero convinto di ciò che facevo, non c'era nessuna discografica intenzionata a pubblicare un mio album. Quindi mi sono dedicato a Porto Rubino. Poi è tornata la musica e la volontà di dedicarmi a me stesso, alla creazione e quando sono tornato inquadrato e preciso è tornata anche la discografica. Ho trovato la quadra con una squadra di persone che lavorano con me. Quindi sono cresciuto artisticamente, sono tornato a fare il musicista. Questo è un lavoro che rappresenta il ritorno. Non passeranno 7 anni da questo disco al prossimo.
Tu hai definito questo disco intimo e autobiografico. È così?
Pesco tanto dalla quotidianità, devo vivere le cose anche quando racconto di altro, dove comunque in qualche modo devo sempre rivedere me stesso. Quindi c'è tanto di me in questo lavoro, perché così riesco a essere vero, incisivo e a dire la verità e quando, secondo me, dici la verità, arrivi. E quindi sì, c'è tanto, di me in questo lavoro.
Un progetto intimo e autobiografico però pieno di gioia e vitalità portate dalla banda che è un elemento di festa di paese. Quale dei due aspetti prevale? Più l’intimità o la gioia?
La gioia e la vitalità in assoluto. La parte intima è una roba che, secondo me, passa in secondo piano, è un retrogusto. Quello che senti subito è proprio la festa, quella del paese, un momento in cui c’era la possibilità di corteggiare qualcuno che ti piaceva. Un momento molto socializzante e di divertimento.
Lavorare con Taketo Goara, Mauro Ottolini e Luciano Vasi, ti ha in qualche modo “capossellizzato”?
Sì, ci può stare, d’altronde Vinicio è quello che pesca dalle tradizioni, ama andare indietro a scovare canzoni anche antiche. Taketo in questo ti concede grande libertà, sa dove e su cosa calcare la mano. Su Mauro Ottolini, non c'è niente da dire. Quando ho avuto l’idea di questo disco ho pensato che lui fosse il miglior arrangiatore per banda. Quindi sì, ci sta avvicinarli a Vinicio perché loro due lavorano con lui che è un precursore della banda e della riscoperta della musica del passato e tradizionale, non solo italiana. Sì, accetto questo paragone.
Tu hai suonato anche con un'orchestra. Quanto è differente dalla banda?
L'orchestra ha un'impostazione precisa, anche sindacale con degli orari. Ci sono gli spartiti, devi suonare bene e c'è un direttore d'orchestra che detta modi e tempi e devi far parte di una cosa sola: l’orchestra. C’è rigore, pulizia e intonazione. La banda non è questo. Il bandista è spesso un musicista non professionista. Stare nella banda è un modo per passare del tempo insieme agli amici, vivere delle esperienze, perché comunque lavorano tutti in altri ambiti, non sono professionisti e si ritrovano per divertimento, per mangiare, bere e suonare insieme. Il risultato non è un suono preciso, pulito e in più ognuno suona per se stesso. Se tu non dai una quadra a tutti quanti, uno suona più forte dell'altro. La banda è un’entità libera. Questa libertà mi ha divertito tantissimo. Se c'è una processione, un funerale o una festa di paese a cui loro hanno dato un impegno mica vengono a suonare con te, puoi offrirgli il cachet che vuoi. La loro priorità è quella. È stata un'esperienza mistica. Il primo giorno di registrazioni non abbiamo iniziato sino a quando il sacerdote non è venuto per benedire. Ho dovuto aspettare Don Martino (che è raffigurato nella copertina), ha benedetto la banda e poi abbiamo iniziato.
Cosa succederà dopo questo disco? Come lo porterai dal vivo?
Questo è un disco che ho “testato” dal vivo già lo scorso anno, non facendo queste canzoni ma suonando altre cose mie con la banda. Ed è una roba avvolgente, ti contamina e poi il concerto proseguiva per le strade con una super festa. Questo è un disco che può suonare ovunque, dalla sagra del carciofo al Festival più sofisticato. Quindi così faremo e di questo ne sono contento. L'estate bisogna stare per strada, poi per il futuro vedremo.
E Porto Rubino?
Si farà ovviamente, non è che lo posso abbandonare. In questi giorni sto anche chiudendo il cast, ci siamo quasi. Mancano ancora 2 o 3 tasselli e spero a metà maggio di annunciare il Festival.
Ma inviterai anche Renzo Rubino?
Me lo stanno chiedendo, però io mi vergogno. Già il festival porta il mio nome per uno scherzo. Però non voglio essere così presente, con gli anni come artista in questo contesto mi sono tirato indietro, defilato. Però magari la banda ci sta. Vedremo.