Neil Young lascia Spotify: "La qualità del suono è troppo bassa"

Neil Young lascia Spotify e compagnia: la qualità del servizio streaming è intollerabilmente bassa per la rockstar canadese. La piattaforma svedese, ed i servizi di streaming in generale sono stati duramente criticata da molti artisti a causa delle magre royalties loro corrisposte, ma l’abbandono di Neil Young non è dovuto a questioni legali bensì a causa della scarsa qualità del suono.

In un post pubblicato sul suo profilo Facebook il cantautore ha detto: “La mia musica non può essere così svalutata dalla peggiore qualità della storia della radiodiffusione o di qualsiasi altra forma di distribuzione. Non è la cosa giusta per la mia musica e per i miei fans”.

La migliore qualità del suono è una battaglia che Young sta portando avanti da tempo: negli anni '90 si rifiutò di ripubblicare in CD alcuni album storici, ritenendo troppo bassa la resa sonora del dischetto. Recentemente il bersaglio è diventata la musica digitale, con lo sviluppo della tecnologia audio del lettore ad alta fedeltà Pono (il cui store, peraltro vende musica in parte alla stessa qualità di Tidal o della versione alta fedeltà di Deezer, "Elite", che propongono musica a qualità pari di un CD).

”Questa decisione non è presa per una questione di soldi sebbene ce ne sarebbe da dire anche di quello” dice Young. La dura presa di posizione di questo gigante della musica è un altro colpo assestato ai servizi di streaming come Spotify duramente attaccati dagli artisti per gli scarsi proventi che generano nelle loro tasche.

Invero Neil Young non ha chiuso del tutto la porta allo streaming…”Quando tornerà la qualità darò un occhio. Mai dire mai”.

Allo stato attuale, peraltro, il catalogo di Neil Young è ancora disponibile ed ascoltabile sia su Spotify, che su Deezer che su Apple Music.

Vuoi leggere di più su Neil Young?

rockol.it

Rockol.com s.r.l. - P.IVA: 12954150152
© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Privacy policy

Rock Online Italia è una testata registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996