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Andre Agassi - Open


di Paolo Panzeri

“Open” di Andre Agassi sta allo sport come "Life" di Keith Richards sta alla musica. E stante il fatto che siamo sulle pagine di Rockol se non avete letto le memorie di Keef dovete provvedere al più presto. Già che ci siete fate doppietta e non mancate le righe del tennista di origine iraniana. I riferimenti direttamente musicali in questa biografia non sono molti, tanto che si possono citare praticamente tutti. In ordine sparso: Andre ricorda di aver accompagnato la moglie Steffi Graf (altra leggenda del tennis) a un concerto di Annie Lennox, artista di cui lei è grande fan. Poi c’è qualche pagina dedicata alla sensazionale tresca che ha avuto con l’immortale Barbra Streisand, di una trentina di anni più anziana di lui. Infine, la definizione di punk che si è portato dietro i primi tempi della sua carriera per i lunghi e variopinti capelli. Definizione smentita dallo stesso Agassi: “Per l'amor di Dio, non sono un punk. Amo il pop soft dozzinale, tipo Barry Manilow e Richard Marx”. Questo è quanto attiene all’universo musicale presente in “Open”. Anzi a dirla proprio tutta ce ne sono ancora un paio: la prima moglie Brooke Shields ha recitato nella versione teatrale di “Grease” e il bravo maritino ha visto non meno di una decina di repliche a Broadway; più un concerto dell'immancabile Boss Springsteen.
Nonostante la musica non reciti una parte preponderante nella sua vita, Andre Agassi è stato una vera e grande rockstar. Il suo citato taglio di capelli unito ad un abbigliamento che molto si discostava dal total white che sin lì aveva contraddistinto il mondo del tennis è stato epocale quasi quanto Bob Dylan che nel 1965 al Newport Folk Festival osa suonare la chitarra elettrica. La sua immagine ha colpito l’immaginario dei ragazzini di tutta una generazione e ha mandato in brodo di giuggiole pubblicitari e marchi di ogni genere. Il tutto senza dimenticare che il ragazzo di Las Vegas ha raggiunto la posizione numero uno della classifica ed è uno dei pochi ad avere vinto tutti e quattro i tornei del grande slam (i quattro maggiori tornei del circuito tennistico: gli internazionali di Australia, Francia, Inghilterra e Stati Uniti). Per non farsi mancare nulla ha trionfato pure in una edizione dei giochi olimpici.
La sua vita, sportiva e non, è di fatto romanzesca. Dal complicatissimo rapporto con il padre, pugile iraniano emigrato negli Stati Uniti, che lo “sevizia” per ore ogni giorno sin dalla più tenera età con un dragone spara palle da tennis di sua invenzione per farlo diventare un campione passando dagli alti e bassi, molto alti e molto bassi, di una lunga carriera. Per giungere infine alla fondazione da lui fortemente voluta che dà la possibilità a un gran numero di ragazzini meno abbienti di Las Vegas, la sua città, di poter studiare e non perdersi letteralmente per strada.
Prima di chiudere ci prendiamo un ulteriore spazio per fare un plauso a chi di fatto ha scritto il libro e ha trovato le parole per renderlo così avvincente, il premio Pulitzer J.R. Moehringer. Del quale vi consigliamo di leggere “Il bar delle grandi speranze”…però questa è veramente un’altra storia.

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