Recensioni / 03 apr 2019

Jacopo Tomatis - STORIA CULTURALE DELLA CANZONE ITALIANA - la recensione

STORIA CULTURALE DELLA CANZONE ITALIANA
Jacopo Tomatis

Da una parte c’è l’estetica “della popolarità”, per la quale la quantità è sinonimo di qualità, quella – per intenderci – perseguita da tutti i discografici, convinti che sia la posizione in classifica a determinare il valore (anche estetico) di una canzone. Dall’altra c’è l’estetica “dell’autenticità”, quella secondo cui l’autore non dovrebbe mai lasciarsi incantare dalle sirene del successo, perché anzi “il successo può addirittura significare perdita di valore”. Nella giustapposizione fra questi due momenti, canzone come “prodotto commerciale” e canzone come “opera d’arte” si srotola (“come di un film la pellicola”, direbbe Paolo Conte) tutta questa storia culturale della canzone italiana.

Mike Bongiorno con la sua sciocca “allegria” e Claudio Cecchetto con "Gioca Jouer" da una parte; la canzone d’autore e l’erudizione un po’ pedante di musicologi politicizzati come Leydi e Straniero dall’altra.
In mezzo c’è tutta la canzone italiana degli ultimi settant’anni, analizzati benissimo da Tomatis in queste seicento pagine (più oltre duecento di appendici, fra cronologie, note e indici): un testo che costituisce un approfondimento fondamentale per chi voglia comprendere come sia nata la canzone italiana, cosa le sia successo e quale sia il percorso che porta da Nilla Pizzi a Sfera Ebbasta; tutto ciò passando attraverso l’esegesi del festival di Sanremo - vero metronomo nella marcia sonora della canzone - ma anche all’analisi dei momenti di “rivoluzione” (i cantautori, il prog, il punk e tutti gli altri fenomeni di rifiuto – vero o apparente – dell’establishment).

Se il festival di Sanremo reclama un ruolo centrale nella recita di questa storia canora, il suo contraltare dagli anni settanta è il Club Tenco, con i suoi chiaroscuri: l’intuizione nel premiare talenti alternativi al sistema, ma anche – per esempio - la cocciutaggine nel bocciare Lucio Battisti, reo di scrivere solo le musiche, mentre “il suo paroliere Mogol” - come all’epoca scrive Enrico De Angelis - “è il più commerciale che esista”.  Giova ricordare che, mentre Battisti era già stato autore nei Sessanta per Dik Dik e Equipe 84, un beniamino del (e pluri-invitato al) Tenco, Roberto Vecchioni, aveva quasi contemporaneamente firmato canzoni per Homo Sapiens e Nuovi Angeli…

Il confronto fra i due modi di concepire musica e spettacolo prendendo il Festival e il Club come simboli rischia a questo punto di mettere un po’ troppo in ombra altre manifestazioni importanti e competitive, soprattutto negli anni sessanta e settanta, come Cantagiro, Disco per l’Estate, Festivalbar e ancor più Canzonissima; e se proprio si vuole muovere una critica si può dire che a Tomatis sfugge, di conseguenza e forse consapevolmente, l’analisi sul gran lavoro svolto in quegli anni da discografici e organizzatori per manipolare i voti delle giurie a favore di questo o di quello. Ma è un peccato veniale; Tomatis, studioso della canzone popolare e alunno di Franco Fabbri (e si sente), firma un volume accurato e documentatissimo, forse persino esagerando nell’erudizione (e nell’uso di termini come “prossemico” e “tassonomia”); un testo – insieme a “Superonda” di Mattioli – indispensabile per comprendere la musica italiana dalla seconda metà del Novecento ad oggi e le dinamiche dei rapporti tra discografia, editoria musicale, artisti e media.

In definitiva, conclude Tomatis, “quella tra canzone ‘bella’ in quanto d’autore e canzonetta ‘brutta’ in quanto prodotto commerciale è una distinzione superficiale, figlia di vecchi paradigmi del tutto inadatti alla comprensione dell’epoca contemporanea; eppure è molto difficile da sradicare”. Perché in fondo “bisognerebbe smettere di criticare quello che non si capisce, e fermarsi ad ascoltare quello che non ci è familiare: l’altro”. Come dargli torto?  

Claudio Buja