«IL NOSTRO CARO LUCIO - Donato Zoppo» la recensione di Rockol

Donato Zoppo - IL NOSTRO CARO LUCIO - la recensione

Recensione del 14 set 2018

La recensione

Mi piacciono i libri. Ovvio, altrimenti non me ne occuperei in questa rubrica. Ma a me i libri piacciono molto, anche troppo: non ne butto mai via uno, conservo ancora quelli che ho letto da ragazzino, ho speso cifre considerevoli per gli scaffali in cui li custodisco e anche per gli spazi in cui ospitare gli scaffali – che sono perpendicolari alle pareti, come nelle biblioteche, e bifacciali, così ce ne stanno di più. Non leggo libri digitali, non ho Kindle né aggeggi analoghi, voglio sfogliare le pagine con le mani. Mi piacciono i libri in bianco e nero, quelli magari anche senza foto, impaginati in maniera semplice e senza sghiribizzi grafici.

E l’unica cosa che non mi piace, nel libro di Zoppo, è proprio il modo in cui è impaginato. Con un’abbondanza per me fastidiosa di boxini, pallini, fondini colorati che rendono difficile la lettura dei testi (specialmente su carta lucida), che mi distraggono dal flusso della narrazione, che certo offrono informazioni aggiuntive ma al tempo stesso non indispensabili per la comprensione del testo.

Che c’entra l’autore?, chiederete voi. Non c’entra, queste sono decisioni dell’editore, Ma decine di volte, mentre leggevo dall’inizio alla fine il lavoro di Zoppo, mi sono ritrovato a maledire chi l’ha impaginato così. Oh, capisco che chi non è un lettore vorace trovi meno impegnativa questa veste grafica che permette di saltabeccare qua e là; ma a me, ripeto, disturba, e molto.

E secondo me avrei apprezzato anche di più questo libro se avessi potuto leggerlo senza fare quella che per me è stata una faticaccia.

Ciò detto, Zoppo – che già in passato si era cimentato sul tema Battisti (ne ha scritto per noi Renzo Stefanel qui ) mette insieme una (necessaria) biografia umana e professionale di Lucio, dagli inizi a Poggio Bustone agli ultimi giorni a Milano, ricorrendo a tutte le fonti disponibili e ampliandole con dichiarazioni dirette di chi Battisti l’ha conosciuto e ci ha lavorato (peccato che questi comunque ripetano più o meno sempre le stesse cose, però non è certo colpa di Zoppo). Mancano le voci di Mogol e Panella, che evidentemente non sono stati disponibili. Ne esce un quadro ampio e circostanziato, scritto con evidente ammirazione ma senza eccessi da fan – Zoppo è uno serio, per fortuna – che si candida a diventare la biografia battistiana di riferimento. A dispetto dei boxini e dei pallini e dei fondini colorati.

Franco Zanetti

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