Però, insomma, pur non essendo né un dylanologo né un dylaniato mi è parso che fosse doveroso, alla luce dell’assegnazione del Nobel per la letteratura, dedicare un po’ di tempo a cercare di conoscerlo un po’ di più, questo Dylan. Non so se il libro di Marcus, uscito originariamente nel 2005, e oggi ristampato, sia l’ideale per un approccio da (quasi) absolute beginner. Anzi, adesso che l’ho letto lo so: non è l’ideale, anzi. Trattandosi – dice la quarta di copertina – della “biografia di una canzone”, è davvero troppo approfondito e dettagliato per poterlo digerire agevolmente. Anche perché l’autore – un critico musicale, non uno storico della musica – scrive “bene”, ma in quel modo che a me in genere non piace: con l’autocompiacimento del competente e con l’autoconsapevolezza dello scrittore. In altre parole, non fa granché per facilitare il compito di chi lo legge (se non con un pregevole apparato di note a fine libro). E il traduttore, Andrea Mecacci (a sua volta autore, ad esempio di “L’estetica del pop” che a suo tempo ho recensito per Rockol ) dal canto suo non fa nulla per sciogliere la complessità architettonica di certe frasi lunghe e articolate, punteggiate da incisi a loro volta così densi da far perdere di vista il significato della frase medesima (che spesso è rivelato solo dal verbo che la chiude).
Sicché, si è trattato di una lettura impegnativa, pure troppo, che ho portato a termine come una sfida: sono arrivato in fondo, ma sono stato sconfitto. Non sono all’altezza di Greil Marcus. Vabbé, me ne farò una ragione.
Franco Zanetti