«LA NAVE DEI FOLLI - Alessio Lega» la recensione di Rockol

Alessio Lega - LA NAVE DEI FOLLI - la recensione

Recensione del 23 ott 2019

La recensione

Se n'è andato dieci anni fa Ivan Della Mea nel silenzio più fragoroso dell'ignoranza e dell'ingratitudine, perché lui è stato un eroe vero e solitario della nostra canzone popolare, un hobo colto e metropolitano che al posto dello slang ha adottato un esperanto travestito da milanese - toscano di nascita, bergamasco di collegio e meneghino di odio e di amore - per raccontare passioni, dolori, nefandezze, rabbie delle sue storie vere, felici e drammatiche come solo insegna la vita di strada. Dall'orfanotrofio alle notti da clochard alla Stazione Centrale di Milano, da operaio a scaricatore, da fattorino a correttore di bozze per Mondadori, da comunista praticante e critico a sceneggiatore (poco convinto) di “Tepepa”, film del 1969 con Tomas Milian e Orson Welles su musiche di Ennio Morricone, da collaboratore dell' “Avanti!” a fondatore di Movimento Operaio. Soprattutto Della Mea, riferimento del Nuovo Canzoniere Italiano, è stato il più intenso esponente della musica popolare italiana per intimità e militanza, ironia e rigore storico, leggerezza e tragedia. Quello del «Mea», Luigi all'anagrafe e Ivan per simpatia bolscevica - è un racconto tutto da rivivere grazie a un altro cantastorie, Alessio Lega, che ha generato un libro vivido e lancinante (per la coraggiosa casa editrice Agenzia X), eponimo della lunga ballata del 1975 di Della Mea, titolo preso a prestito dall'opera tedesca del XV secolo di Sebastian Brant, che a sua volta ha ispirato le xilografie lugubri di Dürer e il dipinto medievale di Hieronymus Bosch conservato al Louvre. Lega ci rassicura con il sottotitolo “Vita e canti di Ivan Della Mea”: di lui si parla, e con 374 pagine compilate con l'affetto dell'amico, con il taglio dello storico, con la brillantezza del giornalista e con la competenza del musicista. Un cimelio editoriale che andrebbe letto per diversi motivi: per conoscere un protagonista “vero” della nostra musica non solo milanese e i personaggi romanzeschi che gli girano intorno; per rivivere un'esistenza alla Dickens o alla Zola, senza riscontri nel panorama dei nostri artisti viziatini; per ripercorrere le tappe tumultuose della canzone popolare e di denuncia, direttamente alla fonte. Si parte dall'infanzia, dalla famiglia, in particolare dal fratello Luciano, partigiano e scrittore, che voleva sempre suicidarsi. E qui vale la pena rileggere il tragicomico ricordo di Ivan:

“‘Ho deciso di morire’, mi disse Luciano. ‘Sono stanco. Niente mi lega a niente’. ‘Fammi un favore’, risposi, ‘visto che niente ti lega a niente smetti di presentarmi le tue fidanzate...’ E beveva, beveva, beveva e si suicidava... Era Natale e il 25 mattina ero alle Betulle e vidi Luciano che tentava di ammazzarsi nel lavandino e allora risi, ma gli sparai un calcio nel culo violentissimo e lui si volse e mi disse 'cattivo' e io 'pirla' gli risposi...”.

C'è poi l'incontro, non sempre (anzi quasi mai) sereno con altri protagonisti della scena popolare e intellettuale come Franco Fortini, Dario Fo, Michele Straniero, Fausto Amodei, Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Gualtiero Bertelli, Sandra Mantovani e la mondina Giovanna Daffini. E quello decisivo con Gianni Bosio, storico socialista a cui Della Mea dedica litigi epici e ballate sublimi, che abbandonano ogni confine legato a spartiti o generi musicali ed entrano in una dimensione a parte. È quello che si prova ascoltando (1966), "Sent'on po' Gioan te se ricordet del quarantott, bei temp de buriana". È il 1948, la buriana è la tempesta che sta per abbattersi sull'Italia ferita dalla guerra: "Mi s'eri nient, vott ann e calsetuun" (non ero niente, otto anni e calzettoni) quando vede le donne abbracciate tutte insieme scendere dalla Rocca di Bergamo cantando “Bandiera rossa”: "Vegniven giò dalla Roca de Berghem i tusan brascià su tutt insema, tutt insema cantaven, cantaven Bandiera rossa Gioan, te se ricordet?". E poi quella speranza, la più bella e la più vera ("pusee bela, pusee vera") viene stravolta dall'esito delle elezioni, vinte dalla Democrazia Cristiana sul Partito Comunista: "E quij oeucc mi hoo vist, dopo tri dì, inscì negher de rabia e de dolor: l'ha vint el pret cont i so beghin, l'ha vint el pret cont i ball e i orazion. Ma ind i oeucc di tosann gh'era la guera. Bandiera rossa, Gioan, te se ricordet Te se ricordet?" (“Ho visto quegli occhi dopo tre giorni, così neri di rabbia e di dolore, han vinto i preti con i loro beghini, han vinto i preti con le balle e le orazioni, ma negli occhi delle ragazze c'era la guerra, Bandiera rossa, Giovanni, te lo ricordi?"). Non importa da che parte si sta, politicamente e anagraficamente, l'arte e le emozioni appartengono a chi le vuole raccogliere, magari quei giovani che oggi sembrano intrappolati tra post, social, cellulari a tempo pieno, inutili urgenze e altre facili scorciatoie, anche musicali, per nessuna parte.

Con quella voce stentorea resa confidenziale da un difetto della esse alla Gatto Silvestro, la chitarra acustica strapazzata, l'accompagnamento impossibile dell'inseparabile Paolo Ciardi, Ivan Della Mea racconta gli umili senza commiserazione, perché racconta se stesso e le persone che hanno popolato la propria vita, come nella “Cansun del desperaa” - "de quel che ne po pù, l'è la cansun del pover omm che de sta' al mond l'è minga bon" (“di quello che non ne può più, è la canzone del pover'uomo che non è capace di stare al mondo”) o nella “Cansun del Navili”: "Ghè chi dis che le bela quest'acqua marscia, 'sto scaric public de cess de ruera ma mi quand 'riva giò la sira me senti el stomech bell e saraa..." (“C'è dice che è bella quest'acqua marcia, questo scarico pubblico di cesso e di spazzatura ma quando arriva la sera mi sento lo stomaco chiuso”). Della Mea è anche un animalista ante litteram, lo ha dimostrato - ce lo testimonia Lega - durante la sua tormentata gioventù, lo canta pure in quel piccolo tragico valzer del 1962, ripreso come gli altri brani dallo straordinario gruppo dei Gufi. “El me gatt” è l'intenso canto di dolore e di rabbia - potrebbe richiamare certi bozzetti di Georges Brassens, ma Della Mea contrariamente a Fabrizio De André Brassens nemmeno lo conosce - per la morte violenta del "suo gatto", con tanto di ricerca e punizione feroce del colpevole, la Ninetta, una vecchia astiosa e zoppa ("con la gambeta sifolina") a cui il vendicatore spacca anche la gamba buona per quel finale che lo porta dritto in galera ma con una convinzione: "Se g'ho de divv ohi brava gent de la Nineta me frega nient, l'è la giustisia che me fa tort, Nineta è viva ma il gatt l'è mort" (“Cosa vi devo dire, brava gente, della Ninetta non mi importa niente. È la giustizia che mi fa torto, Ninetta è viva ma il gatto è morto”). Il resto lo racconta Lega in qualcosa che è molto più di una biografia, è una confessione, un'immersione in una vita spaventosa ma felice, a partire dell'aforisma dello stesso Ivan: "Solitudine: quando sono nato mia madre non c'era".

Se qualcuno ha voglia di riascoltarlo o di scoprirlo, oltre a leggere d'un fiato “La nave dei folli”, ecco un breve percorso consigliato per conoscere Della Mea attraverso le canzoni: possiamo anche chiamarla playlist.

Dall'album "Io so che un giorno" (1966): A quel omm, Sent un po' Gian te se ricordet, Te se ricordet Gioan de me fradel.

Da: "Se qualcuno ti fa morto" (1972): Saran vinnt'ann nianc, E duman ghe fan la festa, Lettera ad Angela.

Da: "La balorda" (1972): Ballata per Ciriaco Saldutto.

Da "Ringhera" (1974): El me gatt, La cansun del navili, Quand g'avevi sedes ann, Ballata per l'Ardizzone, La cansun del desperaa.

Da "Fiaba grande" (1975): Compagno ti conosco, La nave dei folli. 

Federico Pistone

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