«FIND THE TORCH, BURN THE PLANS - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - FIND THE TORCH, BURN THE PLANS - la recensione

Recensione del 12 gen 2011

La recensione

Il 2010 è stato un anno trionfale per Paul Weller, acclamatissimo da critica e pubblico (inglese) per il coraggioso “Wake up the nation” che ha svegliato lui, prima di chiunque altro, dal rischio di adagiarsi in un confortevole autocompiacimento (il Modfather ha 52 anni, e molto ha già dato, vissuto, consumato). E i cinque concerti di maggio alla Royal Albert Hall di Londra sono stati l’apoteosi di un momento così speciale: una messa cantata, certo, schivando però la retorica appiccicosa e le liturgie scontate che ingabbiano tante rockstar arrivate (giusto il lusso di un impianto luci imponente e persino ridondante). Il resto, in questo set di 26 canzoni (l’intera performance del 27 maggio), è puro Weller allo stato dell’arte: sacro fuoco nelle vene, una band giovane, arruffata e grintosa che ha nella versatilità la sua forza principale (tutti cantano, e bene; quasi tutti suonano diversi strumenti), i suoni fitti e fragorosi dell’ultimo album e un back catalog robustissimo che nella circostanza attinge pochissimo dagli Style Council (“Shout to the top!”) e molto dai Jam (cinque selezioni). Piace la varietà di atmosfere, di toni e di volumi alternati in uno show iperdinamico che parte rabbioso e ruggente con le canzoni di “Wake up the nation” e una “Into tomorrow” dilatata e improvvisata, per poi ospitare sul palco un ottetto d’archi al femminile, il violino spiritato e zingaresco di Sophie Solomon, ex Oi Va Voi (non accreditata nelle note di copertina ma in primissimo piano nel “tango psichedelico” di “One bright star” e in “Wild wood” versione trip hop), l’immancabile Kelly Jones degli Stereophonics (per gli inni “The Eton rifles” e “That’s entertainment”, mai così elettrica) e la compagna (ora moglie) Hannah Andrews, presenza timida e discreta nel raga folk di “Light nights” incastonato in un avvicente miniset acustico con tre chitarre, un basso e quattro voci al proscenio (bellissima come sempre “The butterfly collector”, b-side dei Jam ai tempi della maturità). Ci sono i momenti liberatori e catartici (“Find the torch, burn the plans”), ma anche piccole sorprese. In “Art school”, che apriva il primo album dei Jam nel ‘77, Weller concede il ruolo di voce solista al tastierista Andy Croft; e la chiusura è affidata a “Pieces of a dream”, acida, eterea e non proprio un “crowd pleaser”: intanto, quasi due ore di show sono passate in un lampo. Il CD incluso nella confezione compila un po’ disordinatamente 12 estratti dal concerto con sei esecuzioni per il programma “In concert” della Bbc, ospiti Lauren Pritchard e Richard Hawley. Ma il DVD, oltre al videoclip di “7 & 3 is the strikers name”, sfodera un altro pezzo forte: un documentario di Julien Temple già andato in onda a giugno su Mtv Gold in cui il regista inglese, oltre a filmare il gruppo in azione, segue Weller in giro per Londra (per strada, in un fish and chips, dal barbiere, in un negozio di dischi, in un caffè con vista panoramica, davanti alle sartorie di Savile Row, in una cabina telefonica, mentre saluta i fan…) e porge il microfono alla gente comune (ciclisti, fioristi, avventori di bar, clienti ed esercenti di un negozio di abbigliamento mod, persino un giovane homeless) per afferrare e spiegare l’humus, l’ambiente e il clima psicologico in cui è nato “Wake up the nation”. Un reportage vivace e intrigante, peccato che manchino inspiegabilmente i sottotitoli (anche in inglese): e chi non ha familiarità con l’accento cockney deve fare i salti mortali per seguire il filo del discorso. (am).
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