«LA BANDA DEL BRASILIANO - John Snellinberg» la recensione di Rockol

John Snellinberg - LA BANDA DEL BRASILIANO - la recensione

Recensione del 03 giu 2010

La recensione

La riscoperta dei B-movie italiani è un fenomeno in corso da diversi anni. Registi come Enzo Castellari e Carlo Lizzani, lo stesso Mario Bava, una volta considerati registi fascistoidi e dozzinali, hanno ormai recuperato una vera e propria dignità artistica, anche e soprattutto grazie all'endorsement di un mostro sacro come Quentin Tarantino. Ecco, non si può capire "La banda del brasiliano", film realizzato dal collettivo pratese John Snellinberg, senza avere bene in mente quel tipo di cinema, soprattutto i cosiddetti "poliziotteschi" italiani degli anni Settanta. In questo film infatti gli omaggi a quella tradizione sono talmente tanti da non poterli citare tutti. La pellicola, girata tra Prato, Livorno e Napoli con un budget di appena 2000 euro, dichiara i suoi intenti già dalla trama, tipica dei polizieschi vecchio stile: tra le fabbriche della periferia pratese viene trovato il cadavere di un bambino di dieci anni, figlio di un'imprenditore del luogo. Il giorno successivo, in un ufficio di Vaiano, l'impiegato cinquantenne Massimo Gori viene misteriosamente rapito.
L'ispettore Brozzi - interpretato dal veterano Carlo Monni, già al fianco di Roberto Benigni in "Berlinguer ti voglio bene" e "Non ci resta che piangere" - riceve l'incarico di seguire il caso insieme al giovane Vannini. I sospetti cadono subito sulla "Banda del Brasiliano", uno scapestrato gruppi di trentenni che hanno già tentato e fallito diversi sequestri di persona. Ma nel corso delle indagini l'omicidio e il rapimento, apparentemente privi di alcun collegamento, cominceranno a svelare strane coincidenze.
Quello che colpisce della "Banda del brasiliano" è, come detto, il modo quasi certosino di omaggiare i "poliziotteschi" anni Settanta. Basti pensare ai titoli di testa, che citano esplicitamente "Milano violenta", fino alle locandine di "Roma violenta" o "La banda del gobbo", messe in bella mostra nel covo della banda, o i continui riferimenti a Giulio Sacchi, il personaggio interpretato dal mitico Tomas Milian in "Liberi armati pericolosi". Una menzione particolare va alla colonna sonora, anche per questo ve lo segnaliamo, che vede coinvolti i campioni italiani del revival "poliziottesco", i Calibro 35. Oltre a loro troviamo musicisti come Sam Paglia, Christian Capiozzo e Appaloosa. Oltre ad alcuni temi originali, non potevano ovviamente mancare le musiche dei classici già citati, che qui sono riarrangiate in modo più che convincente.
Tuttavia fermarsi solo a questi aspetti formali sarebbe un grosso errore: il vero nucleo tematico del film, mascherato sotto tutti questi divertissement, è la frattura generazionale tutta italiana tra trentenni - potremmo dire i "giovani" - e cinquantenni, simbolo della classe dirigente. Un contrasto profondo, che qui assume i contorni della violenza di classe. Non è un caso che "La banda del Brasiliano" rapisca solo persone di quell'età. E in questo senso ci sono i dialoghi ad aiutarci: "Il problema sono quelli come te" ripetono più volte i banditi al loro prigioniero. E non si capisce bene a chi si riferiscano: la loro accusa è lasciata volutamente cadere nel vago, nella confusione dei loro discorsi pseudo-idealisti. In realtà la critica che i John Snellinberg hanno voluto muovere alla nostra Italia, seppur sempre in modo farsesco e paradossale, è quella di abbandonare i giovani tra le braccia del precariato.
L'unico personaggio-ponte tra le due Italie, l'unico ad uscirne in qualche modo vincente, sarà proprio l'ispettore Brozzi. Ed è questa, aldilà dei citazionismi e delle sbavature in sede di regia - spesso evidenti anche a causa del budget ridottissimo- la vera forza di questo piccolo ma coraggioso film. Consigliato a chi è fan del genere. Ma attenzione, perché sotto il citazionismo per fortuna c'è anche dell'altro.
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