«1000 YEARS OF POPULAR MUSIC - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - 1000 YEARS OF POPULAR MUSIC - la recensione

Recensione del 09 ott 2006

La recensione

Impagabile Richard Thompson: da uno spunto tutto sommato innocuo ha ricavato uno show ironico, divertente, originale, colto e popolare. Alla vigilia dell’anno 2000 Playboy gli aveva chiesto di compilare un suo elenco delle canzoni preferite del millennio. Il vecchio cult hero del folk rock inglese, da tempo trapiantato in California, ha colto la palla al balzo prendendo alla lettera il suggerimento: la sua personale hit parade sarebbe davvero partita dagli albori, intorno al 1260 o giù di lì. La rivista di Hugh Hefner non l’ha mai pubblicata, ma quell’episodio è stata la scintilla di un’idea avventurosa ed esilarante. Con un allestimento elegante e minimale per tre voci (le altre due appartengono a Judith Owen e Debra Dobkin), chitarra acustica, percussioni (sempre la Dobkin, bravissima) e qualche tocco di tastiera, Thompson s’è buttato in una spericolata camminata sul filo di “mille anni di musica popolare”, snocciolando una setlist che è una curiosa delizia da leggere e ancor più da ascoltare. Sul palco di un piccolo club di San Francisco si succedono, in sequenza più o meno cronologica, ballate medievali, madrigali d’epoca shakespeariana, canti di marinai, music hall, operetta, swing, torch song, country, rock’n’roll, beat, psichedelia, fino agli hit da classifica di questi tempi: con una impertinente canzonetta del Cinquecento firmata dal modenese Orazio Vecchi, cavalli di battaglia del folk revival inglese (“Blackleg miner”) e americano (“Shenandoah”), la “Java jive” degli Ink Spots e “Night and day”, Nat King Cole e Jerry Lee Lewis, una “Cry me a river” da applausi con la Owen sugli scudi, i Kinks orientaleggianti di “See my friend” e le melodie Sixties degli Easybeats, il pop degli Squeeze e, addirittura, la Britney Spears di “Oops! I did it again!”: in medley con un frammento arcaico che, guarda caso, sfoggia la stessa identica sequenza di accordi. C’è una morale seria, nel divertissement: a dirla con la canzone più rinomata dell’inglese (“Meet on the ledge”, 1969), il cerchio si chiude sempre e tutto prima o poi torna al punto di partenza. Musica popolare compresa, of course.
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