di Gianni Sibilla
C'era una volta una musica che univa i beat e le chitarre, e c'era un nome anche per quel genere, non molto originale: “Folktronica”. Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni zero, la voce più interessante era quella di Beth Orton: cresciuta con William Orbit, collaborazioni con i Chemical Brothers, e un disco capolavoro, “Central reservation”, la cui title-track venne remixata e trasformata in una piccola hit, a metà tra il cantautrato classico e i ritmi dei club. Beth Orton sviluppò quel suono nel disco successivo, “Daybreaker”, per poi sostanzialmente sparire dalle scene: due dischi in dieci anni.
L’ultimo "Sugarin season" del 2012 l’aveva riportata ad una dimensione da pura cantautrice. Il nuovo "Kidsticks" invece è totalmente elettronico: è stato prodotto dalla stessa Beth Orton insieme a Andrew Hung dei Fuck Buttons, poi mixato da David Wrench.
Funziona? Non proprio: il disco è stato inciso scrivendo a partire da loop elettronici: “Kidsticks”, cercando di tendere un’orecchio alla musica elettronica contemporanea. La voce di Beth Orton non si discute: bella perché fragile, intima. Ma sono i suoni che lasciano un po’ interdetti. La ricerca di contemporaneità non sembra avere dato grandi risultati: il singolo “1973” (quello del video girato nel Joshua Tree Desert imbrattando un albero storico, con conseguenti polemiche) suona come una canzone dei Depeche Mode, o come un elettropop un po’ vintage, e questa è l’atmosfera dell’album, che indugia’ troppo in beat un po’ caciaroni (“Snow”, “Petals”). Meglio quando rallentano i bpm, come in “Moon” o “Flesh and blood”.
Ma la sensazione generale è di un’occasione sprecata: le canzoni di Beth Orton funzionavano meglio quando univano chitarre e beat. Solo con le chitarre era una cantautrice brava, solo con i beat non si capisce bene dove voglia andare a parare. Peccato