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«HO SOGNATO PECORE ELETTRICHE/I DREAMED OF ELECTRIC SHEEP - PFM» la recensione di Rockol

La realtà per come la vede la PFM

Un concept album fantascientifico, ma, a conti fatti, neppure troppo

Recensione del 31 ott 2021 a cura di Paolo Panzeri

Voto 7,5/10

La recensione

Quattro anni fa "Emotional tattoos" aveva segnato il ritorno discografico della PFM con un album di inediti dopo oltre una decina di anni, tra l'altro per la prima volta senza l'apporto della storica chitarra di Franco Mussida sostituito degnamente da Marco Sfogli che aveva anche affiancato Di Cioccio e Djivas nella composizione delle musiche della maggior parte dei brani.

Un disco, "Emotional tattoos", che aveva al suo interno una parure di influenze musicali che correva dal prog al rock, per spingersi fino al funk e al jazz. “Ho Sognato Pecore Elettriche”/“I Dreamed of Electric Sheep”, riprende la varietà musicale (il concetto viene letteralmente citato in "Pecore elettriche") del suo predecessore e proprio come il suo predecessore viene pubblicato nella doppia versione in lingua italiana e in quella inglese.

Fantascienza? Anche no!

Il titolo preannuncia il tema che viene sviluppato nell'album, ispirato al romanzo di fantascienza 'Do Androids Dream of Electric Sheep?' (in italiano, 'Il cacciatore di androidi') pubblicato dallo scrittore statunitense Philip Dick nel 1968, reso immortale dalla sua trasposizione cinematografica, 'Blade Runner', capolavoro diretto dal regista Ridley Scott nel 1982. Lo hanno ben spiegato Franz Di Cioccio e Patrick Djivas durante la conferenza stampa di presentazione del disco: "Siamo due appassionati di fantascienza, e 'Blade runner' e Philip K. Dick da cui è tratto ci hanno indicato un futuro che forse stiamo vivendo adesso. Gli androidi ci sono, sono intorno a noi, sono fatti di carne ed ossa, da chi cerca di influenzare i ragazzi su Internet. Questo album è un viaggio intorno a quello che sta succedendo oggi, una sorta di concept di come i computer stiano invadendo ogni aspetto della nostra vita. 'Concept' vuol dire che le canzoni raccontano una storia dall'inizio alla fine. Ma è un concept anche per capire come sta girando la realtà, per come la vediamo noi."

La musica prima di tutto

Ad aprire e chiudere il disco sono chiamate le suite strumentali "Mondi paralleli" e, in coda, “Transumanza” seguita dalla emozionante “Transumanza Jam”, che regala la presenza alle tastiere di Flavio Premoli, membro fondatore della band.

Ospiti di assoluto spessore e prestigio nel disco sono, in "Il respiro del tempo", il magico flauto di Ian Anderson e la chitarra di Steve Hackett. I brani hanno omogenea continuità e il filo rosso del tema fantascientifico (spesso la realtà in cui viviamo ci pare davvero fantascientifica) permette alla PFM di puntare forte sull'aspetto musicale, di prim'ordine, che si prende spesso grande spazio e si antepone alla parola. La versione inglese delle canzoni – che ha la parte testuale curata da Marva Marrow, non una semplice traduzione dei brani in italiano - fornisce un differente e interessante punto di vista sulle stesse.

Franz Di Cioccio e Patrick Djivas

La PFM, composta dagli storici Franz Di Cioccio (voce e batteria) e Patrick Djivas (basso), qui affiancati da Lucio Fabbri (violino, seconda tastiera, cori), Alessandro Scaglione (tastiere, cori), Marco Sfogli (chitarra, cori), Alberto Bravin (tastiere, chitarra, seconda voce), a distanza di quasi cinquanta anni dall'esordio su disco - verrà festeggiato il prossimo anno, nel 1972 infatti vennero pubblicati addirittura due album, "Storia di un minuto" e "Per un amico" – mostra uno stato di salute artistica assolutamente invidiabile. “Ho Sognato Pecore Elettriche”/“I Dreamed of Electric Sheep”, è chiaro, non può essere paragonato (sarebbe esercizio inutile) a quei due storici dischi che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica rock in Italia andandosi a prendere grandi riconoscimenti anche a livello internazionale – quasi un unicum per una band italiana –, ma è comunque un ascolto di grande piacere e denota vivacità e classe che, come si dice, non è davvero acqua. Quindi, lunga vita alla PFM e ad un album come questo.

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