«THE NIGHTFLY: LIVE - Donald Fagen» la recensione di Rockol

L'universo Steely Dan/Donald Fagen dal vivo tra luci e ombre

Due dischi live usciti lo stesso giorno. Il mitico “The Nightfly” di Donald Fagen e una raccolta di canzoni degli Steely Dan benché senza Walter Becker. Il primo risente della grandezza del disco da studio, mentre il secondo non delude.

Recensione del 24 set 2021 a cura di Michele Boroni

Voto 7/10

La recensione

Se volessimo fare una classifica degli artisti e delle band di classic pop-rock anni 70-80 più citate oggi tra i riferimenti di artisti e band delle nuove generazioni, probabilmente gli Steely Dan si piazzerebbero tra le prime posizioni. Per questo non suoni così bizzarra l'idea di pubblicare oggi ben due dischi dal vivo appartenenti all'universo del gruppo americano formato originariamente da Donald Fagen e da Walter Becker – quest'ultimo scomparso prematuramente del 2017.
Sono infatti usciti oggi due dischi dal vivo, entrambi registrati dalla stessa formazione (The Steely Dan Band) nel 2019 durante un lungo e complesso tour fatto di resident concert e riproposizioni di interi dischi.

Il primo infatti è “The Nightfly Live”, con la registrazione del concerto dal Beacon Theatre di New York del disco d'esordio solista di Donald Fagen del 1982, mentre l'altro si intitola “Northeast Corridor” dove la band, in cui Fagen è di fatto l'unico membro della formazione originale, esegue una serie di canzoni dai principali dischi degli Steely Dan. .
Pur essendo lo stesso gruppo di musicisti ad eseguire i pezzi, i due dischi di pop-rock-jazzy sono piuttosto diversi sia nelle intenzioni sia nei risultati, ma soprattutto nella percezione di chi ascolta (o almeno di chi scrive).
Ma andiamo per gradi.

The Nightfly, un sogno irreplicabile  

Per quanto non condivida il concetto di 'disco totem', l'opera intoccabile, il capolavoro indiscusso, c'è da dire che “The Nightfly” si avvicina fortemente a quel genere. Il fascino di quel concept album degli inizi anni 80 che racconta le fantasie notturne di un goffo ma speranzoso adolescente nell'America fine anni '50 di Eisenhower davanti alla radio nella sua camera da letto di periferia, sognando i prodigi dell'era spaziale, storie d'amore interrazziali nei quartieri alti e party in rifugi atomici, sulle note di un elegante pop-jazz debitore di  Brubeck e Rollins, quel fascino, dicevo, è difficilmente replicabile.  
In più aggiungeteci uno stuolo di musicisti composti da un allora venticinquennne Steve Jordan (oggi batterista  degli Stones in sostituzione a Watts) a Greg Phillinganes e Larry Carlton, per non parlare delle storie che girano attorno alla sessioni in studio del disco, con l'ingegnere del suono Roger Nichols e Elliot Scheiner al mix, per quello che ancora oggi è, secondo gli esperti, uno dei dischi meglio registrati di sempre.

Tutto questo per dire che era molto rischioso riprodurlo in un concerto e pure su disco (non è certo un caso che Fagen non l'abbia mai voluto suonarlo dal vivo per 35 anni). .
Per carità, i musicisti sono tutti molto bravi e l'esperienza d'ascolto è più che piacevole (“I.G.Y” e “New frontier” funzionano piuttosto bene), tuttavia l'esecuzione dal vivo non aggiunge niente alla perfettissima versione in studio così solidamente cristallizzata nella nostra memoria. Certo, la voce di Fagen è piuttosto calante, anche se non è mai stato il punto di forza della band, e una canzone come “Maxine” è tutta affidata alle bravissime quattro coriste, ma in generale è piuttosto percepibile come i musicisti vogliano rimanere il più possibile aderenti alla versione originale, senza mai voler fare una variazione sul tema. Paradossalmente risalta di più quello che era il pezzo più debole del disco (in quanto non originale), ovvero quella “Ruby Baby”, cover del pezzo del 1956 eseguito dai Drifters, qui suonato con spensierato groove. Purtroppo però dopo l'ascolto della title track, in versione compitino senza anima, ti vien voglia di andar ad ascoltare la versione da studio. Chiude il disco l'ottimo shuffle “Walk between raindrops” che, pur non essendo mai stato pubblicato come singolo, è rimasto nei cuori di tutti noi, creatore di uno stile perfetto che, in un modo o nell'altro, fece da apripista a Joe Jackson e a tutta la scena cool inglese, dagli Style Council a Sade fino agli Everything but the Girl. 

Perle di songwriting e brillanti esecuzioni

Diverso invece il giudizio per “Northeast Corridor” registrato in varie tappe del tour del 2019 a Boston, New York, Philadelphia dalla stessa band con il chitarrista Conner Kennedy che prende il posto del povero Becker. 
La situazione è diversa, perché le canzoni qui non sono dei tempietti sonori da rispettare, bensì dei signori pezzi già suonati mille volte dal vivo (e ascoltati nel precedente disco live del 1995 e nei concerti italiani a Milano e a Lucca) su cui i musicisti possono divertirsi e ingaggiarsi, magari anche come omaggio e tributo al co-autore scomparso.

 Si tratta di canzoni che nel tempo si sono evolute anche grazie ai tanti sample usati da indimenticabili pezzi hip-hop di Kanye West, De La Soul e Lord Tariq & Peter Gunz. .
È un viaggio nel fascino incandescente del canzoniere degli Steelys a partire dagli esordi più rock di “Reelin' in the years”,  all'intimismo acustico di “Any Major Dude Will Tell You” fino al groove di “Black cow”.  
Tra i 15 elementi di The Steely Dan Band ci sono musicisti come il chitarrista Joe Herrington, il bassista Freddy Washington, il tastierista Jim Beard e il batterista Keith Carlock che suonano nella band da quasi quindici anni. In più c'è lo straordinario trombettista nonché arrangiatore dei fiati Michael Leonhart che qui si può permettere di infiocchettare e dare una veste un po' diversa a canzoni come “Hey Ninenteen” o sporcare un po' il tempo di “Rikky don't loose that number”, tributo a Horace Silver e “Song for my father”.  “Glamour Profession” conserva il suo tiro groovy mantenendo inalterato il suo cinismo tra pusher, escort e campioni NBA di L.A., mentre a una delle ultime composizioni “Things I miss the most” viene riservata un'intro originale. Non manca infine una brillante esecuizione di “Aja” dove il sassofonista Walt Weiskopf e il batterista Carlock, riescono a non sfigurare nei confronti del duetto originale Wayne Shorter e Steve Gadd. A chiudere un vecchio standard jazz “A Man Ain’t Supposed To Cry”, qui in versione strumentale, a chiudere un disco che ti vien voglia di riascoltare (dal vivo). 

TRACKLIST

01. I.G.Y. - Live From The Beacon Theatre (05:26)
02. Green Flower Street - Live From The Beacon Theatre (04:11)
03. Ruby Baby - Live From The Orpheum Theatre (04:48)
04. Maxine - Live From The Beacon Theatre (03:46)
05. New Frontier - Live From The Beacon Theatre (05:48)
06. The Nightfly - Live From The Beacon Theatre (06:08)
07. The Goodbye Look - Live From The Beacon Theatre (05:29)
08. Walk Between Raindrops - Live From The Orpheum Theatre (02:57)
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