«UNFOLLOW THE RULES - Rufus Wainwright» la recensione di Rockol

Dischi per l’estate: "Unfollow the rules" di Rufus Wainwright

Ecco gli album migliori degli ultimi mesi, per fuggire dai tormentoni e mentre rallentano le uscite. Oggi parliamo di "Unfollow the rules".

Recensione del 10 lug 2021 a cura di Michele Boroni

Voto 8/10

La recensione

Durante l’estate la redazione di Rockol vi guida alla (ri) scoperta delle uscite discografiche migliori degli ultimi mesi: ogni giorno, un album scelto dalla redazione a cui abbiamo dato un voto superiore a 7 e mezzo e che vale la pena riascoltare in queste settimane. Buona lettura e buon ascolto!

Tra tutte le esibizioni musicali delle dirette instagram viste durante il periodo del lockdown, le migliori per chi scrive sono state senza dubbio quelle di Rufus Wainwright. Al di là della meravigliosa ambientazione decadente e barocca della sua casa di Los Angeles, in questi video si vedeva un artista desideroso di cantare e suonare canzoni pop, indifferentemente sue o di qualche altro autore (lo si può notare anche dall'esclusivo video inviato a Rockol). Negli ultimi sette anni infatti si era buttato a capofitto nel mondo della lirica, realizzando due faticosi dischi per Deutsche Grammophon Classics, un'esperienza fortemente desiderata ma che l'aveva svuotato e deluso

“Unfollows the rules” è figlio di questo ritrovato benessere e libertà creativa. L'ultimo suo disco pop era del 2012, il bel “Out of the game” prodotto dal Re Mida Mark Ronson che lo doveva trasformare in una popstar globale, come fu “Let's dance” per David Bowie, ma non fu così.  Il disco uscito lo scorso venerdì, in un certo senso, lo supera per maturità e completezza. Al banco di regia questa volta c'è Mitchell Fromm che guida una produzione ricca e sontuosa con musicisti come Jim Keltner, Blake Mills e Matt Chamberlain nei migliori studi di registrazione di Los Angeles.

Il risultato è quello che ci si può aspettare: un pop barocco e sfarzoso, di cui Rufus è sempre stato un maestro, ma questa volta ancora più maturo e multistrato, ricco di citazioni e rimandi ai suoi riferimenti artistici e personali. Come canta Dylan nel suo ultimo disco, anche Rufus contiene moltitudini.
L'iniziale “Trouble in Paradise” è stato ispirato da Anna Wintour, mentre “Damsel in Distress” parla di Joni Mitchell, evocata nello stile e nei ritmi della chitarra acustica, c'è poi la title track à la Roy Orbison e il rock-country di “You ain't big”. 
La vena teatrale e melodrammatica di Wainwright è sempre presente: in “Early morning Madness” in cui racconta una vita fatta di pillole e sbornia con un crescendo dissonante che può ricordare “A day in the life” dei Beatles.

Ma c'è anche la classica “Only The People That Love” che permette di mettere in mostra i suoi alti morbidi e i medi gutturali. .
Non manca la ballad d'amore dedicata al marito (“Peaceful Afternoon”) e la breve “My little you” alla figlia novenne concepita con l'aiuto dell'amica d'infanzia Lorca Cohen (figlia di Leonard) in cui viene citato il Conservatorio Musicale Luigi Cherubini di Firenze dove la figlia è stata "tecnicamente" concepita.
Insomma, ognuna delle dodici canzoni fa storia a sé ed è un ritorno a casa di Rufus, che per fortuna ha deciso di non seguire più le regole (evidentemente il riferimento è quelle ferree imposti dal mondo della lirica).

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