«FROM THE BLUE HOUSE - Lauren Hoffman» la recensione di Rockol

Lauren Hoffman - FROM THE BLUE HOUSE - la recensione

Recensione del 10 giu 2000

La recensione

La prima cosa su cui viene da interrogarsi ascoltando questa opera seconda di Lauren Hoffman è perché la sua musica non abbia conosciuto in patria e fuori (fa eccezione la sola Francia) il fortunato successo arriso ai lavori di altre giovani interpreti che hanno mescolato ispirazione folk e testi melanconici, a tratti un po' cupi, come sanno esserlo le poesie degli adolescenti. Il paragone più ovvio è quello con Fiona Apple che, nello stesso anno in cui la Hoffman esordiva con "Megiddo", esplodeva con "Tidal". Ma, lo sappiamo, la Apple è diventata "fenomeno", personaggio (l'isterica, geniale ragazzina che abbandona il palco nel mezzo dei concerti) mentre la Hoffman è rimasta musicista e cantautrice, brava ma niente di più. Le ci sono voluti due anni per digerire la delusione, per tornare a fare musica. E per il suo ritorno, la Hoffman ha scelto di allontanarsi dalle atmosfere cupe e un po' claustrofobiche del suo debutto per puntare su una musica che, invece, sceglie di aprirsi attraverso paesaggi sonori di ampio respiro. "From the blue house", disco "anti-prodotto e diabolicamente dominato da Lauren Hoffman", come recita una nota del booklet, è un ritorno alla musica all'insegna della ricerca non del successo commerciale ma di un proprio percorso musicale. Che va nella direzione della melodia, della ballata capace anche di essere leggera, abbinata però a testi introspettivi, che hanno sempre un retrogusto amaro. "Bring you down", "Dust off your dreams", "Song of a boy" sono brani che mostrano tutta la grinta di una cantautrice che, senza rinunciare a parlare di sentimenti, turbamenti e solitudini, musicalmente punta sul ritmo, su una melodicità tutta folk, sull' orchestralità della band più che sul protagonismo della chitarra in simbiosi con la voce. Un disco interessante nel suo genere, per una cantante liberamente in cerca della sua strada.
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