«FATAL MISTAKES - Del Amitri» la recensione di Rockol

L'arte di essere fuori dal tempo, secondo i Del Amitri

"Fatal mistakes", nuovo album della band dopo 19 anni, è nella top 5 inglese. Ma, come ai tempi del successo di 30 anni fa, la band rimane un mondo a parte

Recensione del 03 giu 2021 a cura di Gianni Sibilla

Voto 8/10

La recensione

Nella top 5 inglese questa settimana ci sarà un nome strano: Del Amitri.
Evidemente però un po' di gente se lo ricordava, però: erano 19 anni che non usciva un disco un disco con quel nome.

Che non è quello di una persona, ma di una band scozzese. E non è la prima volta che quella band va in classifica: negli anni '90 i loro dischi  arrivavano regolarmente vicini alla vetta, sfiorandola con il lor capolavoro "Change everything" (1992, numero 2). Qualche loro singolo si affacciò anche nella top 40 americana, rendendoli abbastanza popolari da quelle parti, dove suonarono spesso. Si sciolsero nel 2003, da qualche anno erano tornati a suonare dal vivo: sono sempre stati una bella anomalia della musica inglese.

Una band fuori dal tempo

"Suoniamo strumenti folk con attitudine rock", mi ha raccontato il leader e principale autore Justin Currie, in una recente intervista. Già negli anni '90 non appartenevano a nessuna scena, erano lontani dall'indie e dal rock pompato dai settimanali musicali; tantomeno erano legati all'elettronica, il brit pop doveva ancora arrivare. Piuttosto guardavano al folk rock americano: quel suono era fuori dal tempo allora e lo è oggi. Basta sentire l'attacco di  "You Can't Go Back": arpeggio di chitarra, basso e una melodia che non ti molla più. Solo che oggi  la musica è cambiata - forse un po' meno in UK dove in classifica si vedono nomi classici come Paul Weller,  Gary Numan, Tom Jones ma anche band pop-rock come i Coral, le chitarre dei Royal Blood e dei Black Keys, oltre ai nomi più giovani. Ma "Fatal mistakes", nel suo genere, è perfettamente inclassificabile: è classic rock - come lo si usa chiamare oggi - ma il suono della band era già classico negli anni '90.

Tra chitarre e ballate

Le prime tre canzoni sono basate su chitarre e melodie e sulla voce calda ed espressiva di Justin Currie.

Quando l'ho intervistato - con il pesante accento scozzese, completamente assente mentre canta - mi ha raccontato di avere reimparato a scrivere alla chitarra, perché ormai scrive lavora quasi solo al piano. L'altro lato del disco sono infatti le ballate: su tutte "Close Your Eyes and Think of England"  e "Otherwise". Quest'ultima qua la sentite in una bella versione casalinga, mentre nel disco è incisa con piano elettrico e sembra uscita da un album inciso negli anni '70. Sentendo questo brano capisco bene perché negli anni '90 gli Stadio si innamorarono di "Driving with the brakes on" (da Twisted" (1995) e la tradussero in "Muoio un po'". Anche in questo genere, i Del Amitri sono dei maestri e la freschezza delle canzoni di 30 anni fa si ritrova in "Fatal mistakes".

Canzone(i) perfetta(e)

Difficile isolare un brano da "Fatal Mistakes": non c'è un momento debole, anche nelle canzoni più folk (altra specialità della casa) come "Lonely" o "Mockingbird, Copy Me Now" o le lunghe cavalcate (la conclusiva "Nation of caners". Direi però che il brano migliore del disco è proprio "You Can't Go Back", perfetta nei suoni, nella scrittura e nella melodia. Mi ricorda una delle canzoni che più ho amato del loro primo repertorio, "I won't take the blame".
Piccola nota finale: se comprate il disco sul loro sito, lo pagate meno di 6€ e ci sono 5 brani aggiuntivi. Bentornati.

TRACKLIST

01. You Can't Go Back (02:53)
03. Musicians and Beer (02:46)
06. Otherwise (03:01)
07. It's Feelings (02:42)
10. Missing Person (03:19)
11. Second Staircase (03:00)
12. Lonely (03:28)
13. Nation of Caners (07:39)
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