«EVERYTHING YOU EVER WANTED TO KNOW ABOUT SILENCE - Glassjaw» la recensione di Rockol

Glassjaw - EVERYTHING YOU EVER WANTED TO KNOW ABOUT SILENCE - la recensione

Recensione del 02 giu 2000

La recensione

Il talento innato di Ross Robinson nel saper scovare nuove band dalle grandi potenzialità ha colpito ancora nel segno. L’ultima “meravigliosa” creatura scoperta sono i Glassjaw, un gruppo che conta cinque elementi provenienti da New York. Ricalcando le parole dello stesso Robinson questa sua ultima produzione potrebbe avere tutte le carte in regola per “distruggere definitivamente il rock di fine millennio marchiato Adidas”, ed ascoltando il disco non si potrebbe certo dargli torto. Anche i Glassjaw possiedono il marchio inconfondibile ed il suono che Robinson riesce a donare ad ogni formazione musicale che passa dai suoi studi (Korn, Limp Bizkit, Slipknot), ma, per quel che riguarda l’architettura delle canzoni, beh questa è decisamente un'altra storia. I newyorchesi con questo esordio segnano il passaggio ad un altro livello di concezione del post-rock, donando più anima e sentimento alla furia e all’urgenza tipica del genere. Immaginatevi i Radiohead con Keith Caputo, svegliati dal loro torpore e improvvisamente colti da una crisi schizofrenica violenta, in un alternare di dolci melodie con sfuriate vocali, chitarre distorte e cambi di ritmo: assomiglieranno esattamente ai Glassjaw. Ma “Everything you ever wanted to know about silence” è soprattutto un disco che descrive l’altalena delle emozioni che si agitano nel cuore e nella mente del cantante Daryl Palumbo, un giovane ventenne minato da gravi problemi di salute che ha sfogato nelle proprie liriche tutta la sua frustrazione e l’angoscia provata passando parecchio tempo della sua vita nelle corsie degli ospedali. Una scarica di passione che comincia dalle chitarre acide di “Pretty lush”, dalle profonde linee di basso di “When one eight becomes two zeros”, dalle atmosfere tipicamente korniane di “Siberian kiss”, dal pop ruvido e contorti di “Ry ry’s song”, all’hardcore di “Babe”, fino al calderone emotivo di “Motel of the white locust”. Questo disco richiederà tutta l’attenzione dell’ascoltare per essere capito, ma una volta compreso difficilmente ci si riuscirà a districare dalla ragnatela emotiva tessuta dai Glassjaw.
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