«THE LUNAR INJECTION KOOL AID ECLIPSE CONSPIRACY - Rob Zombie» la recensione di Rockol

Rob Zombie, sapore di male

Un nuovo album, folle ed esagerato fin dal titolo, "The Lunar Injection Kool Aid Eclipse Conspiracy", che trasforma in una discoteca metal le fantasie di vampiri, licantropi, vecchi cannibali e ragazze disinibite

Recensione del 25 mar 2021 a cura di Marco Di Milia

Voto 7/10

La recensione

Diavolo di un Rob Zombie! Tra un progetto cinematografico e l’altro, il regista, produttore, fumettista e sceneggiatore statunitense ha deciso di fare ritorno anche alla sua prima vocazione artistica, quella di musicista, dopo gli impegni con la lavorazione della pellicola “3 From Hell”. Così a distanza di quasi tre anni dal tour congiunto con Marilyn Manson - altro vecchio satanasso con mostri ben più grossi da cui doversi ora districare - è arrivato il momento di rifrullare oscuri b-movie, giornalacci pulp e un po’ di comicità di grana grossa nel suo ultimo “The Lunar Injection Kool Aid Eclipse Conspiracy”.

Anatomia da Zombie

Al solito, il vecchio Rob non si è posto particolari freni, andando a briglia sciolta in un’orgia disco-industrial di undici brani, intervallati qua e là da intermezzi parlati e misteriose pause strumentali, per un totale di 17 tracce che, dal singolo “The triumph of King Freak” a una meno intellettuale “Shake your ass-smoke your grass”, mettono subito in luce tutto il circo malefico e caciarone della sua premiata ditta. Il rocker del Massachusetts butta così nel calderone qualunque suggerimento gli arrivi dai propri incubi visivi e musicali, sempre dannatamente esaltati nello spaziare tra riff muscolari, groove sinistri, chitarroni distorti, dialoghi sballati e batterie squadrate per declamare un mondo di allucinazioni gore e morbose fregole da commedia all’italiana.

La Luna, presumibilmente storta, del vecchio Rob mescola in questo modo l’ennesima acida follia di trame sanguinolente e titoli lunghissimi, che a dispetto di tanto mortifero entusiasmo riescono a trovare la loro migliore dimensione in numeri di poco più di tre minuti, senza rinunciare alla consueta carrellata di truci pazzoidi, sangue a go-go e tette al vento. Si scende quindi in un abisso infernale affollato da discinte fanciulle urlanti, licantropi svitati, vecchi cannibali, treni fantasma e cimiteri simpaticamente popolati che rendono l’album sì schizzatissimo e contorto, ma anche a tratti travolgente.

Canzoni da ululare

Incrociando nu metal e bluegrass, stoner con banjo e honky tonk, ecco che la nuova avventura di Rob Zombie prende delle traiettorie tanto imprevedibili quanto rabbiose e danzerecce. Le gesta di Blacula - il vampiro eroe della blaxploitation nel cult di William Crain - protagonista di “The satanic rites of Blacula” si intrecciano con il blues maledetto e insensato di “18th century cannibals, excitable morlocks and a one-way ticket on the ghost train”, così come le atmosfere passano con rapida facilità dall’elettrizzante al malsano, andata e ritorno, con l’inquietante filastrocca “Boom-boom-boom” (con tanto di botta e risposta “The witch is in the room”) o la rocciosa “The eternal struggles of the howling man” - che propone pure tra le proprie strofe un inno gloriosamente pacifista come “Power to the people”.

Freak n' roll

Con una squadra ben rodata che conta tra le proprie fila Piggy D al basso, Ginger Fish alla batteria, e John Five alle chitarre - condividendo parte di quella che fu una delle più solide backing band del “gemello del male” Manson - il poliedrico artista ha raccolto nello spazio di un disco tutti gli elementi possibili per caricare a molla il suo eterno spirito freak.

 Alice Cooper, Kiss, Russ Meyer e i classici horror non sono certo una novità all’ombra della cripta, eppure Rob Zombie si concede ancora una volta di farsi cerimoniere di un antro caotico dove zigzagare allegramente da un’ambientazione orrorifica all’altra. Pacchiano, sconsiderato e incorreggibile, proprio come quelli che al cinema tifano sempre e comunque per il cattivo.

 

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