«STAGE FRIGHT 50 ANN. - Band» la recensione di Rockol

Cinquanta anni fa, "Stage Fright", il terzo album della Band

Esce una ristampa deluxe per celebrare l'anniversario della formazione nordamericana.

Recensione del 17 feb 2021 a cura di Paolo Panzeri

Voto 8,5/10

La recensione

Nel 1970 il gruppo che ora si chiamava The Band e che in precedenza si era fatto conoscere come The Hawks supportando dal vivo Ronnie Hawkins, esponente di spicco del primo rock'n'roll, quello che viene definito rockabilly, aveva alle spalle una esperienza ormai decennale. Dopo Hawkins venne la collaborazione con sua maestà Bob Dylan, che aveva, nel 1965, riposto la chitarra acustica nella sua custodia optando per l'elettricità fornita da casse e amplificatori. La Band affiancò infatti Dylan in studio di registrazione nella realizzazione di uno dei capolavori assoluti del cantautore del Minnesota e della storia del rock, "Blonde on Blonde", pubblicato nel maggio 1966.

Quattro canadesi più Levon Helm

Nel 1968 i cinque membri della Band - Robbie Robertson, Garth Hudson, Levon Helm, Rick Danko e Richard Manuel - decidono che è giunto il tempo di mettersi in proprio e pubblicano il loro primo album, "The Music from Big Pink", un disco nel quale fondono al meglio tutte le influenze musicali della tradizione americana – country, folk, bluegrass, rock'n'roll – ciò che ne scaturisce è un grande rock delle radici. Il folgorante esordio viene bissato l'anno successivo con l'omonimo secondo album. La formula musicale della Band rimane invariata, testi e musica rileggono la storia americana, in "The Band" sono incluse alcune delle canzoni migliori in assoluto del gruppo, un disco che rasenta la perfezione, se solo questa esistesse.

La virata verso il rock

In quel 1970 è quindi tempo di impegnarsi con la terza prova discografica, "Stage Fright", questo il titolo, giunge nell'agosto di quell'anno.

La penna di Robbie Robertson, il principale compositore del gruppo, è ancora parecchio feconda e il disco, se vogliamo prendere come termine di paragone il numero di copie vendute e la sua posizione nella classifica statunitense si comporta addirittura meglio dei due album precedenti. E' certo che il quintetto si giova della semina fatta in passato per la propria performance nella chart, ma non pensiate che sia comunque operazione semplice e scontata. La Band di "Stage Fright" muta la propria direzione artistica e vira verso il rock. Nelle intenzioni, l'album vorrebbero fosse più 'leggero' dei precedenti, ma non tutto riesce a realizzarsi come da copione. Nonostante la buona riuscita finale il disco soffrì di qualche screzio e malumore di troppo intercorso tra i membri del gruppo, alimentato dall'uso di sostanze stupefacenti da parte di alcuni di loro.

La ristampa

In occasione del cinquantesimo anniversario dalla pubblicazione di "Stage Fright" (in realtà con un leggero ritardo) viene pubblicata una ristampa.

Il terzo album della Band viene celebrato con alcune novità. Iniziando da una nuova sequenza dell'ordine della tracklist, la scaletta è stata modificata secondo quella che Robbie Robertson - che ha curato i lavori della ristampa - sostiene essere quella originale ma che poi, per motivi di varia convenienza, venne stravolta. In più è stato aggiunto, quale bonus, un concerto inedito tenutosi nel giugno 1971 alla Royal Albert Hall di Londra e un set dei primi demo del disco registrati a tarda notte in una camera di hotel a Calgary da Robbie Robertson, Rick Danko e Richard Manuel, le 'Calgary Hotel Room Recordings'. Non poteva mancare un volume corredato di fotografie di quel periodo. Nulla di sconvolgente e di epocale, insomma una ristampa come le altre? In parte è vero, ma si sta parlando pur sempre di un disco composto da ottime canzoni, su tutte “The Shape I’m In” e la title track, che spesso è stato oscurato dai primi due capitoli della formazione nordamericana. "Stage Fright" è stato sì registrato tra molte difficoltà, ma è il prodotto di una rock band tra le migliori di sempre nel suo periodo storico migliore.

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