«SONGBOOK - Goran Bregovic» la recensione di Rockol

Goran Bregovic - SONGBOOK - la recensione

Recensione del 28 mag 2000

La recensione

E' ormai da un paio di anni che siamo stati abituati a familiarizzare con la persona e la musica di Goran Bregovic, sempre più frequentemente di passaggio nel nostro Paese. "Ederlezi" aveva portato il grande pubblico alla scoperta di un mondo sonoro ben noto agli estimatori della cinematografia barocca e visionaria di Emir Kusturica. Spettatori che nelle sale dei cinema avevano imparato ad amare quella componente imprescindibile delle sue pellicole, quella musica "strana" che sembrava contribuire a generare ora le immagini allampanate di un'America reinterpretata alla luce del sogno che essa incarna, ora di un mondo gitano intriso di magia e tradizione; un mondo, quello dei Balcani, lontano e poi tragicamente vicino, ma mai completamente compreso. Ormai punto di riferimento della produzione musicale di un'area che va dalla Polonia alla Turchia, dalla voce di Kayah a quella di Sezen Aksu - le due interpreti con cui più di recente ha lavorato - Bregovic sperimenta mescolanze e studia linguaggi sonori affini o, al contrario, distanti dall'ispirazione balcanica, da quell'impasto di ottoni, archi e chitarre capace di un'inimitabile allegria tragica, su cui si innestano le voci antiche delle melodie tradizionali. Bregovic è un compositore con il dono raro di saper interpretare lo spirito di un tempo, il nostro, capace di esprimerne la natura profonda, che è contraddittoria: da un lato la tendenza a linguaggi verbali, musicali e visivi universali, e dall'altro il ritorno al particolarismo, al locale. Bregovic è uno dei pochi capace di conciliare il particolare con l'universale, capace di uscire dal localismo senza rinunciarvi, capace - se non di far comprendere - di far intuire e di far sentire a molti, attraverso un linguaggio musicale comprensibile, il dramma e il fascino di una terra. Le due raccolte "Songbook" e "Music for films" non aggiungono molto a quello che, dopo "Ederlezi" - di cui ripropongono tutti i brani con qualche aggiunta - di Bregovic già sappiamo. "Songbook" presenta la sua musica interpretata da voci, per noi occidentali, più o meno famose: da Iggy Pop, perfettamente a suo agio nelle sonorità composte per accompagnare le immagini di "Arizona dream", alla giovane cantante greca Alkistis Protopsalti, a George Dalars, Cesaria Evora, Ofra Haza. "Songbook" è cioè una carrellata di quello che per Bregovic può essere la "canzone", ora lirica e sognante come "Elo hi" e "Le matin", ora trascinante come "100 lat modej parze" o "Venzinadiko gas station", ora con reminiscenze rock, come in "Get the money" e "Tv screen". "Music for films" è invece una raccolta più concentrata sul Bregovic compositore, sulle sue invenzioni di più ampio respiro che pescano dal jazz, come in "Poursuite", dal tango ("Undergrund tango"), dalle melodie tradizionali come in "Ederlezi". Comune è la straordinaria capacità di evocazione di immagini, situazioni e sensazioni, che si accompagna alla musica di Bregovic, dotata di una forza sonora e visiva insieme davvero unica. Esaurite con questi due album antologici le possibili raccolte della sua produzione, la curiosità è molta su quali, a questo punto, potranno essere gli sviluppi futuri della sua ricerca.
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