Il nuovo disco degli Shame ha una radice simile a quella di “A Hero’s Death” dei Fontaines D.C.: una band, impegnata in un tour, improvvisamente si deve fermare, ma non si piega e decide comunque di scavare, di scrivere e non di lasciarsi mangiare dalla routine, mettendo in musica sensazioni e sentimenti contrastanti.
La nuova scena
In comune con la band irlandese c’è anche l’appartenenza al nuovo movimento post punk contemporaneo, capace, con gruppi come gli Idles, di arrivare a prendere la cima delle classifiche del Regno Unito. “Drunk Tank Pink” arriva a due anni di distanza dall'esordio “Songs of Praise”, album che aveva entusiasmato la critica inglese e internazionale e portato la band a suonare anche negli Stati Uniti. Il nuovo album è un manifesto di questo revival post punk, nel bene e nel male: c’è l’urgenza e la rabbia di un rock che vuole assaltare il futuro, ma anche un leggero strato di ruggine che denota come il genere stia risorgendo non sempre, però, proponendo novità. Detto questo, ce ne fossero di band vibranti come gli Shame. Il disco è stato prodotto da James Ford ed è dedicato all'attuale periodo di stop imposto alla musica dal vivo. “Diventi consapevole di te stesso quando la musica si ferma e resti in silenzio – ha raccontato Charlie Steen, cantante degli Shame - Il nuovo disco parla proprio di questo silenzio”.
Le canzoni più potenti
Non è un caso che il lavoro sia più irrequieto e oscuro rispetto al predecessore: i primi due singoli "Alphabet" e "Water In The Well" lo fanno subito intendere. L’insofferenza di Steen scivola su chitarre decise e su ritmi che non hanno alcuna intenzione di strizzare l’occhio al pop, come è successo, in alcuni episodi, all’esordio discografico. “Born in Luton” e “March day” sono più irregolari, ma anche qui il muro del suono è solido. “Per lavorare su questo disco ho iniziato a scrivere e sperimentare tutte accordature alternative e non a comporre o a suonare in modo rock convenzionale”, ha svelato il chitarrista Sean Coyle-Smith. Il riferimento più evidente è ai Talking Heads, ci sono incursioni ruvide, schizofreniche che sfociano anche nel funk senza quasi mai piegarsi a compromessi di natura radiofonica. Giusto il tempo per respirare durante “Human, for a Minute” che gli Shame tornano a scalciare come cavalli imbizzarriti con “Great dog” e “Harsh Degrees”. Più malinconica e venata la chiusura, “Station Wagon” in cui il nervosismo delle chitarre si affievolisce, ma resta l’intensità profonda della musica.
La storia del titolo
Il titolo dell’album è legato a una storia. Max Lüscher è stato uno psicoterapeuta svizzero celebre per avere individuato il legame tra lo stato psicofisico di un individuo e le sue preferenze cromatiche. La teoria affascinò il ricercatore Alexander Schauss, che sul finire degli anni Settanta decise di testare personalmente gli effetti dei colori sulla psiche. Si mise, quindi, a fissare un pannello rosa e notò che effettivamente battito cardiaco e respirazione calavano rispetto a sperimentazioni fatte con altre sfumature cromatiche. Esperimenti analoghi vennero portati avanti anche nelle carceri, per placare la violenza di alcuni detenuti e rilassarli.