«BUDAPEST CONCERT - Keith Jarrett» la recensione di Rockol

"Budapest concert", Keith Jarrett e l'addio alla musica

Pochi giorni dopo l'annuncio del ritiro dalla scene per i postumi di due ictus, il musicista americano pubblica un nuovo album di piano solo che riassume la sua incredibile carriera

Recensione del 03 nov 2020 a cura di Gianni Sibilla

Voto 8/10

La recensione

In questi giorni si è tornato a parlare molto di Keith Jarrett: il motivo è l'intervista del New York Times, in cui il pianista ha raccontato di avere subito due ictus che lo hanno lasciato semi-paralizzato e gli impediranno di tornare a suonare. Il concerto del febbraio del 2017 alla Carnegie Hall di New York rimarrà quasi certamente l'ultimo di una delle più belle carriere musicali degli ultimi 50 anni, con un percorso che è quasi impossibile classificare con i generi musicali tradizionali. Intanto esce questo "Budapest concert", un album  registrato nel 2016: rientra nella produzione più amata del pianista, quella delle improvvisazioni dal vivo.

Keith Jarrett, il jazz, l'improvvisazione e il piano solo

In questi giorni, sull'onda dell'annuncio del ritiro, si è tornati molto a parlare anche di "The Köln concert", l'album del '75, il più famoso di Jarrett. La storia che viene raccontata è nota agli appassionati ed è quella di come uno degli album jazz più venduti di tutti i tempi nacque facendo di necessità virtù, a causa di un pianoforte malconcio, in una sala in cui il musicista non voleva neanche suonare. Jarrett sfruttò le limitazioni del piano per lanciarsi nella costruzione di una performance che sarebbe diventata epocale. 
"The Köln concert" in realtà non è un disco  jazz, anche se è da lì che arriva Jarrett, che per un certo periodo di tempo suonò con Miles Davis e che poi ha proseguito questa strada con lo "Standards trio" (uno dei cui membri, Gary Peacock, è recentemente scomparso).
Ma i suoi dischi di piano dal vivo hanno inventato un genere a sé stante: nella mitologia di Jarrett c'è anche il racconto di come, davanti al piano, crea un vuoto totale ed è da lì che nasce quella musica irripetibile. Un vuoto che richiede una concentrazione assoluta: le sfuriate di Jarrett al pubblico - anche solo per un colpo di tosse - sono altrettanto leggendarie. Se negli ultimi decenni il "piano solo" è un genere diventato sempre più mainstream e sempre meno per appassionati, il merito e la colpa è anche e soprattutto di Keith Jarrett.

Un album che riassume una parte importante della carriera di Jarrett

L'altro giorno ho consigliato questo album ad una persona, che come me ascolta Jarrett da molto tempo. Poco dopo mi ha detto: "Non so, mi sono fermato quasi subito: la prima parte è senza forma, faticosa".  
Jarrett fa spesso questo effetto. Il motivo del successo dei suoi album più amati è che le sue improvvisazioni riescono a parlare a pubblici diversi: i mega appassionati, quelli che amano tecnica ed improvvisazione estrema ed un pubblico meno specializzato che ne apprezzano melodia e intensità. Pur ascoltando Jarrett da decenni, mi sono spesso perso in alcune sue pubblicazioni di piano solo, in cui il filo dell'improvvisazione era difficile da seguire. Ma il "Budapest concert" non rientra in questa categoria: è di quelli memorabili. 
Come già il "Munich concert" pubblicato un anno fa e tratto dallo stesso tour, è strutturato in una serie di improvvisazioni di durata medio breve, e un paio di standard come bis. Dopo la "Part I" (la più complessa e meno melodica),  si lancia in una serie di improvvisazioni che vanno dalla melodia più diretta, alle improvvisazioni più ritmiche in cui entra quasi in trance (e in cui si sentono i suoi altrettanto leggendari vocalizzi nell'accompagnare la performance), a brani più vicini al blues e al jazz. Ma dico qui quello che ho risposto alla persona di cui dicevo poco fa: per un ascoltatore "normale", dalla seconda parte in poi, "Budapest concert" è un mirabile riassunto di tutto ciò che ci ha fatto amare il piano di Keith Jarrett.

Il futuro (non) è scritto?

Jarrett non tornerà più a suonare, pare certo dall'intervista. Ma continueremo a vedere uscite discografiche per lungo tempo. Solo non sappiamo quali: lo storico concerto al Teatro La Fenice del 2006 è stato pubblicato solo nel 2018, per esemprio. A questo punto l'attesa è per il concerto della Carnegie Hall del 2017, quello che probabilmente rimarrà l'ultimo della sua carriera. Intanto questo "Budapest concert" è un album da tramandare ai posteri, da far ascoltare tanto ai fan di Jarrett quanto a quelli che si sono innamorati solo recentemente del piano solo e della "neoclassica"

TRACKLIST

01. Part I - Live (14:28)
02. Part II - Live (06:42)
03. Part III - Live (07:54)
04. Part IV - Live (07:11)
05. Part V - Live (04:52)
06. Part VI - Live (03:36)
07. Part VII - Live (05:24)
08. Part VIII - Live (05:18)
09. Part IX - Live (02:26)
10. Part X - Live (08:22)
11. Part XI - Live (05:28)
12. Part XII - Blues - Live (03:47)
14. Answer Me - Live (04:29)
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