«METROBOLIST - David Bowie» la recensione di Rockol

Quando Bowie voleva intitolare il suo terzo album 'Metrobolist' (in onore di Fritz Lang).

I cinquant'anni di 'The Man Who Sold The World', un caposaldo del rock riportato alla sua originaria essenza (ma con un nuovo remix).

Recensione del 05 nov 2020 a cura di Simöne Gall

Voto 9/10

La recensione

Dopo le poche scintille commerciali dell'omonimo LP datato 1969, in seguito ripubblicato col titolo di 'Space Oddity', David Bowie formò gli Hype, il cui organico comprendeva il bassista Tony Visconti, uno sgargiante chitarrista amante dei Cream, Mick Ronson, e il batterista John Cambridge, poi sostituito da Mick "Woody" Woodmansey, ex membro, assieme allo stesso Ronson, dei The Rats. Con questa nuova formazione alle spalle, dalle cui ceneri sarebbero sorti i mitici Spiders From Mars, Bowie registrò, con Visconti come produttore, quello che resta a tutti gli effetti uno dei capitoli più solidi e significativi di tutta l'opera omnia connessa al suo nome.

La storia di "Metrobolist"

Licenziato per la prima volta sul mercato statunitense il 4 novembre 1970 (in Inghilterra fu pubblicato l'anno successivo), nelle intenzioni originali del suo autore 'The Man Who Sold The World' avrebbe dovuto arrecare come titolo, in realtà, quello di 'Metrobolist' (un lampante gioco di parole rispetto a Metropolis, capolavoro del muto diretto da Fritz Lang nel 1927), un proposito che non trovò il consenso della Mercury Records. 
Ripresentato in questa edizione 2020, a celebrare il cinquantennale da quella release USA, il terzo disco solista di Bowie resta un lavoro oscuro, rusticamente grezzo e insieme raffinato con cui l'artista, grazie soprattutto alla preparazione stilistica di Mick Ronson e a un potente lirismo già delineato da riferimenti a Nietzsche e Crowley (nonché al poeta Khalil Gibran) cercò di aprirsi al pubblico con un sound più diversificato, maggiormente teso, se vogliamo, a un acido "rock duro" impregnato di blues e folk, non carente di rimandi al progressive e alla psichedelia.

Le canzoni

Ad aprire è la suite elettrica "The Width Of A Circle", introdotta dal lamento distorto ed etereo di Ronson e puntellata dal drumming confusionario e istintivo di Woodmansey. La qualità di questo lungo brano (che sfora gli otto minuti), presenza fissa anche nelle future esibizioni di Ziggy Stardust, è in sé proporzionale alla consistenza contenutistica racchiusa nelle varie "All The Madmen", "Black Country Rock", "Running Gun Blues" o nell'apocalittica "The Supermen", facilmente sistemabile fra le migliori composizioni dello sconfinato artista britannico. Una nota speciale, tuttavia, la merita la quarta "After All", il cui andamento acustico, cupamente malioso (interessante risulta altresì l'arrangiamento intermedio, che pare guardare a "Being For The Benefit Of Mr. Kite" dei Beatles), si distanzia in maniera peculiare, come nel caso della stessa title track dell'LP, dallo stile prevalentemente ruvido degli altri brani. Portata alla ribalta dai Nirvana negli primi anni Novanta (grazie al loro 'MTV Unplugged in New York'), "The Man Who Sold The World" non fu scritta, lo ricordiamo per chi è ancora fortemente convinto del contrario, dal noto trio di Seattle. 

La copertina

La copertina più classica, fra quelle associate all'album qui in oggetto (album che lo stesso Kurt Cobain, a ben pensarci, collocava in linea generale fra i suoi 50 ascolti preferiti), è quella che ritrae un Bowie in versione capellone, deposto su una chaise longue con indosso un vestito color crema dal taglio femminile, a inaugurare quell'attitudine androgina successivamente evolutasi nel concepimento nel suo personaggio di Ziggy. Mentre la presente edizione, oltre a garantire un remix inappuntabile (da parte di un Tony Visconti ancora sul pezzo, il quale ha provveduto a lasciare inalterata la resa sonora della sola "After All", già perfetta per come si presentava, a suo avviso, nel remix 2015 dell'album), non soltanto ripristina il titolo bramato da Bowie, ma restituisce all'opera la sua originaria entità grafica aderente alla versione americana del 1970. Il bizzarro disegno di copertina che ci è dato di osservare - meglio se dal cartoncino del vinile 180 grammi, disponibile nelle versioni bianche e dorate -, mostra un individuo vestito da cowboy, certamente ispirato alla figura di John Wayne e con un fucile sottobraccio (un possibile rimando alla traccia "Running Gun Blues"), la cui nuvoletta fumettistica gli attribuisce l'enigmatica espressione "Roll up your sleeves, take a look at your arms" (ovvero, "Rimboccati le maniche, guardati le braccia"), a ben vedere carente nella stampa della Mercury, diversa anche nei caratteri della titolazione. Sullo sfondo si denota un edificio austero, dalle cui finestre è sprigionata una luce gialla e accecante, la stessa tinta che colora il cappello del soggetto. L'anzidetto edificio sarebbe di fatto una rappresentazione del Cane Hill Hospital, la struttura dove il fratellastro psichiatrico di Bowie, Terry Burns, venne di fatto internato. David aveva infatti richiesto che nell'artwork, che avrebbe dovuto rispecchiare i toni cupi dell'album, fossero inseriti alcuni elementi biografici a lui riferiti. A conti fatti, il cantante non fu per nulla allettato dal risultato ottenuto dall'artista Mike Weller, seguitando a definire l'opera "orrenda". Molti anni più tardi, però, forte della sua amabile contraddizione ebbe a ricredersi, giungendo persino a considerare quel disegno, che pare rimandare alla pop art di Warhol e Lichtenstein, "una figata".

Ci si riserva comunque di credere, in definitiva, che dalla dimensione ignota in cui si troverà ora, Bowie non disdegni affatto questa nuova e terrestre celebrazione del suo 'Metrobolist/The Man Who Sold The World'.

TRACKLIST

01. The Width Of A Circle - 2020 Mix (08:10)
02. All The Madmen - 2020 Mix (05:25)
03. Black Country Rock - 2020 Mix (03:36)
05. Running Gun Blues - 2020 Mix (03:19)
06. Saviour Machine - 2020 Mix (04:30)
07. She Shook Me Cold - 2020 Mix (04:14)
09. The Supermen - 2020 Mix (03:45)
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