«S16 - Woodkid» la recensione di Rockol

L'era dello zolfo di Woodkid

A sette anni dall'acclamato "The golden age", Yoann Lemoine si ripresenta con un nuovo disco, tra pop e avanguardia, che unisce i Depeche Mode e David Sylvian

Recensione del 20 ott 2020 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7/10

La recensione

Una storia interessante, quella di Yoann Lemoine: regista affermato di videoclip (gente come Drake, Lana Del Rey, Taylor Swift e Katy Perry) che si butta nella musica e fa il botto. Un processo invertito rispetto a quello frequente dell musicista che si trasforma regista. Una modalità inedita e riuscita. Sono passati sette anni da "The golden age" - un'eternità, per i tempi attuali dell'industria musicale - e Woodkid è tornato.

L'era dell'oro di Woodkid

"The golden age" fu un esempio a suo modo quasi perfetto di art-pop: un progetto multimediale di canzoni-video, con sonorità allo stesso tempo ricercate e accessibili. E funzionò - cosa non scontata per un album profondo e stratificato. Con il senno di poi, viene da fare un paragone con il Moby di "Play" - anche se non a quei livelli di ubiquità: le canzoni del musicista statunitense ebbero un successo enorme grazie all'uso sui media, in particolare in pubblicità. E le canzoni di Woodkid - in particolare "Run boy run" - ebbero un'eco enorme in TV: quante volte abbiamo visto o sentito quel suono e quelle idee in uno stacco di un talent o di un programma? Persino Celentano si "ispirò" al video di "iron" per il promo di Rock Economy (qualcuno parlò esplicitamente di plagio...).

L'era dello zolfo

Dopo l'uscita di "The golden age" e del relativo tour, Woodkid è sparito o quasi: è tornato a fare il direttore creativo di progetti (soprattutto nella moda), il regista di videoclip (Pharrell Williams ed Harry Styles tra gli altri) e nel 2016 ha curato, con Nils Frahm, la colonna sonora di un film dedicato ad Ellis Island, la porta d'ingresso degli immigrati a New York.
"S16" è il suo secondo disco vero e proprio: registrato tra gli studi di Abbey Road Studios e Berlino, Parigi, Los Angeles e Islanda.  Il titolo fa riferimento al simbolo chimico e al numero atomico dello zolfo, elemento base della vita, ma anche della combustione. La prima cosa che ho notato è quanto poco si è parlato di questa uscita: l'album non è neanche nell'indice da Metacritic, e nessuna testata internazionale rilevante ne ha parlato. In questi sette anni il mondo musicale è ovviamente molto cambiato e una proposta che tempo fa sembrava innovativa oggi foese sembra più "normale" o di nicchia.
Tant'è: un peccato, perché "S16" è un gran bel disco, con una dimensione più elettronica del precedente, ma sempre con un suono organico che viaggia tra pop e avanguardia. 

Un album multistrato (a cui manca un singolo)

Come il predecessere "S16" ha il pregio di poter essere letto a diversi livelli: canzoni-canzoni, che ad ogni ascolto rivelano dettagli e una complessità notevole. A tratti ricorda i Depeche Mode, sia quelli più aggressivi con la voce di Dave Gahan ("Goliath"), sia quelli più intimisti cantati da Martin Gore, soprattutto nel vibrato, che a tratti fa venire in mente anche David Sylvian ("Pale yellow" sembra uscita dritta dai primi dischi solisti dell'ex-Japan). 
Al disco manca un altro pezzone tipo "Run boy run": forse eviteremo di sentire le sue canzoni nei talent, e questo non è necessariamente un male, anzi...

TRACKLIST

01. Goliath (03:50)
02. In Your Likeness (05:57)
03. Pale Yellow (04:10)
04. Enemy (04:04)
05. Highway 27 (03:55)
06. Reactor (05:39)
07. Drawn To You (04:10)
08. Shift (03:50)
09. So Handsome Hello (03:47)
11. Minus Sixty One (05:16)
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