« RISE - Hair of the Dog» la recensione di Rockol

Hair of the Dog - RISE - la recensione

Recensione del 24 mag 2000

La recensione

Tutti gli anni ’90 e l’inizio del 2000 hanno segnato nel campo del rock’n’roll l’introduzione della contaminazione, la ricerca dell’innovazione e della fusione tra i generi. Si pensi ad esempio all’attuale situazione delle classifiche, agli scaffali dei negozi e al palinsesto di MTV. Tutti i media sono ingombrati dalla massiccia presenza degli adepti del crossover, dei figli dell’hip-hop. Gli anni ’80 e lo stile “sleazy” appaiono purtroppo lontani, ma ad una parte della popolazione rock questa situazione non piace per nulla. Fatto si è che la parte più malata del rock, vale a dire quello che odora d’asfalto, profuma dei vapori dell’alcool e ammicca al sesso selvaggio sta tornando alla carica. Gli Hair Of The Dog, sia nel loro look fatto di abiti di pelle nera e occhiali scuri, sia nel loro sound “eighties oriented”, sembrano un po’ anacronistici: ma da quando in qua il rock ha bisogno di trovare nuove strade?
I nostalgici allora potranno riassaporare in questo secondo lavoro degli HOFTD le stesse magiche note che componevano i classici primi dischi dei Van Halen, di “Destroyer” dei Kiss e di “Toys in the attic” degli Aerosmith. Giri di chitarra Les Paul memorabili, asciutti e puliti, che pompano attraverso le casse dei Marshall sin dalla prima traccia (“Rise”), che sfociano nelle classiche ballatone alla Bon Jovi (“You are the one” e “Rescue me”), nel country (“Bum jenkins”), ma anche negli inni sexy (“Mokur jahoobees”) tanto cari ai Mötley Crüe. La voce ruvida di Ryan Cook, contaminata dalla nicotina e dalla quantità industriale di whiskey sudista bevuto ai party, rendono le canzoni più crude e spesse: complice anche il lavoro alla console effettuato dal guru Michael Wagener. Quale era la regola fondamentale da seguire per fare un buon disco rock? Ah, sì: “Kickin’ some asses”… e qui di calcioni ben assestati ce ne sono per tutti!
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