«WHOLE NEW MESS - Angel Olsen» la recensione di Rockol

Ecco lo scheletro di "All Mirrors" di Angel Olsen.

Viene pubblicato ora un disco, registrato due anni fa, contenente le versione acustiche di "All Mirrors" del 2019. La Olsen cattura perfettamente lo spleen e per questo motivo va considerato come un disco vero e proprio.

Recensione del 07 set 2020 a cura di Michele Boroni

Voto 8/10

La recensione

Angel Olsen, classe 1987 di St Louis, Missouri, è una delle poche artiste che durante il lockdown è riuscita ad entrarci nel cuore: prima con una cover casalinga perfetta e strappacuore di "Un cielo in una stanza", poi con un paio di concerti in streaming impreziositi dalla regia di Ashley Connor. Ma per presentare questo "Whole New Mess" dobbiamo fare un passo indietro.

La genesi del disco
Nell'ottobre scorso la Olsen uscì con “All Mirrors”. Un disco intenso e anomalo, per chi scrive uno dei più belli del 2019. L'anomalia era dovuta al fatto che Angel Olsen era in fondo un'artista alt-folk rock mentre il disco in questione era barocco, con una produzione (di John Congleton) molto ricca di fiati e archi. Quindi un deciso cambio di rotta per quanto riguarda il suo universo sonoro. 
In realtà, precisamente un anno prima dell'uscita del disco (ottobre 2018) la Olsen aveva registrato le canzoni, che avrebbero fatto parte del disco, in una versione completamente spoglia all'interno di uno studio ricavato da una chiesa sconsacrata di Anarcones, nello stato di Washington, con il fido ingegnere del suono Michael Harris. Oggi queste registrazioni sono diventate questo disco.
In verità il progetto iniziale della cantante originaria del Missouri era quello di fare un album doppio con le due versioni del disco, ma forse è stato meglio così, perché ci saremmo più concentrati sulle differenze piuttosto che goderci autonomamente le canzoni. 

No, non è una raccolta di demo
Se “All Mirrors” affascinava perché le orchestrazioni da colonna sonora giocavano in contrasto con i versi dolenti di amori finiti male, qui le melodie scarne ed essenziali si ricontestualizzano perfettamente con i testi e cambiando la sequenza e in parte anche i titoli dei brani crea anche una nuova narrazione, ancor più dolorosa. 
L'arrangiamento essenziale (chitarra acustica e occasionalmente un organo) permette anche di apprezzare meglio la voce della Olsen e il suo range di tonalità che nell'altro disco erano sovrastate dagli archi barocchi e dai synth dance.

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Se vogliamo fare un paragone cinematografico, allora “All Mirrors” è un film hollywoodiano diretto da Michael Curtiz, mentre il regista di “Whole new mess” è John Cassavetes. 
Il corpo decadente delle canzoni di “All Mirrors” nascondevano quindi il fragile cuore di vetro contenuto qui. “(We are all mirrors)” versione scheletrica di “All Mirrors” e in “Lark Song” si possono apprezzare meglio le melodie, grazie anche alla voce della Olsen in prima linea. Mentre in “Chance (Forever Love)” le terzine arpeggiate con la chitarra da dolci quali erano all'inizio, diventano sempre più inquietanti con l'aumentare dell'eco della voce, per poi tornare alla quiete.  

Le migliori canzoni? Le due inedite
La dignità di “Whole new mess” di disco autonomo e completo è data dai due inediti che inevitabilmente arricchiscono la raccolta (prendono il posto di “Spring” e “Endgame”). La titletrack si inserisce perfettamente nel mood del disco con una lista di azioni da intraprendere per tornare alla vita, accompagnata da una chitarra dissonante e perfetta. La stupefacente “Waving, Smiling”, una sorta di valzer minimalista per chitarra in cui la Olsen piange per un amore che non è durato, ha già lo status di un classico “The sun is shining / I'm waving, smiling / At love forever / Alive and dying”

TRACKLIST

01. Whole New Mess (03:42)
05. (Summer Song) (04:09)
06. Waving, Smiling (03:52)
08. Lark Song (06:30)
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