«IT TAKES A NATION OF MILLIONS TO HOLD US BACK - Public Enemy» la recensione di Rockol

I dischi fondamentali del rock: "It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back" dei Public Enemy

Un album al giorno attraverso le recensioni del libro "Rock: 1000 dischi fondamentali. Più 100 dischi di culto”, curato da Eddy Cilia e Federico (con Carlo Bordone e Giancarlo Turra) per Giunti. Ecco la nostra scelta odierna dalla sezione “Capolavori”

Recensione del 07 set 2020

Voto 10/10

La recensione

Ha provveduto Chuck D a dare di questo disco la definizione più pregnante: “Volevo che fosse il WHAT’S GOING ON della sua generazione”.

 Impresa portata a buon fine: così come il capolavoro di Marvin Gaye offre un perfetto ritratto dell’America nera di inizio ’70, IT TAKES A NATION. fa lo stesso per quella di fine ’80. Album chiave per comprenderla, rese Chuck D e soci una presenza centrale nella cultura afroamericana, la posse più rispettata dell’hip hop e la più seguita dal pubblico del rock. Bill Stephney l’aveva portata alla Def Jam perché convinto di avere trovato un incrocio fra Run-D.M.C. e Clash e la sua intuizione si rivelava giusta. Già premiati nel 1987 dalla critica e da più che discrete vendite per il dinamitardo YO! BUM RUSH THE SHOW, i Public Enemy agguantavano il primo platino e si apprestavano, loro che volevano essere (parole ancora di Chuck D) “la CNN nera”, a diventare argomento di apertura dei telegiornali e oggetto di inchieste giornalistiche di testate non musicali.

Se YO! BUM RUSH THE SHOW era stato esordio stupefacente che ne metteva già bene a fuoco il suono – amalgama al vetriolo di chitarre acuminate e scratching, sirene, clacson, colpi d’arma da fuoco e altri assortiti rumori, tenuto assieme da una scura pulsazione funk – e con esso un’immagine barricadera mutuata dalle Pantere Nere, IT TAKES A NATION... sistemava gli ultimi dettagli. Cita subito il Gil Scott-Heron di "The Revolution Will Not Be Televised", si fa ispirare dai Last Poets e da Malcolm X, parla una lingua abbastanza sofisticata da potere essere interpretata secondo vari piani di lettura e abbastanza semplice da potere essere compresa nei ghetti e dai ragazzi bianchi che guardano MTV. Il metal-rap di "Bring The Noise", il drive funky di "Don’t Believe The Hype", "Mind Terrorist", "Party For Your Right To Fight", il cyberhythm’n’blues di "She Watch Channel Zero", le collisioni fiati/scratching di "Night Of The Living Baseheads" concorrono a dare vita a un album che in molti considerano il più grande di sempre dell’hip hop. Si può discuterne. Comunque sia: un disco che niente ha perso in efficacia. E non è anche da ciò che si riconoscono i classici?

Il testo qui sopra riprodotto è tratto, per gentile concessione dell'editore e degli autori, dal volume "Rock: 1000 dischi fondamentali. Più 100 dischi di culto” , curato da Eddy Cilia e Federico Guglielmi (con Carlo Bordone e Giancarlo Turra) , edito da Giunti nel 2019.  Il libro è acquistabile qui.

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