«ASILE'S WORLD - Elisa» la recensione di Rockol

Elisa - ASILE'S WORLD - la recensione

Recensione del 16 mag 2000

La recensione

Qui dentro c'è tutto il mondo di Elisa (letto al contrario, "Asile"). Per descriverlo ci tocca chiedervi di immedesimarvi, per un attimo, nei panni di una ragazza che con il suo disco di debutto ("Pipes & flowers", 1997) ha venduto 250.000 copie: e aveva 19 anni. Ora siamo nel 2000, e la ragazza di anni ne ha compiuti 22; continua a vivere a Monfalcone, anzi nel paesino di Papariano, lì vicino, “perché la vita di città ti schiaccia troppo, e invece in Friuli la terra e il mare e il cielo si incontrano”; indossa tuniche bianche e gonne lunghe, si taglia i capelli da sola, mangia quando ha fame e non c'è niente che possa farle cambiare idea.
Ma, più importante di tutto, la ragazza in questione usa scrivere una canzone ogni 15-20 giorni. E anche su questo non c'è niente che possa farle cambiare idea: lei dice, e ne sembra convinta, che senza la musica morirebbe. Così, dalle centinaia di brani partoriti in tre anni, ne sono stati scelti (“o si sono scelti, da soli”) 13, che costituiscono ora il prezioso repertorio di quest'album.
In "Asile's world", dicevamo, si trova tutto il mondo di Elisa; quello attuale e quello passato, i gorgheggi (che meglio faremmo a chiamare "voli") di "Pipes & flowers" e le nuove sperimentazioni vocali di questa giovane donna capace di scriversi da sola le canzoni, che ha voluto - e ottenuto - produttori raffinati come Howie B., Roberto Vernetti, Leo Z. (Lucio Dalla). E nonostante questa complessità, nonostante gli incastri e le sinergie, "Asile's world" riesce a restare un disco che scorre via impetuoso, simile a un flusso di coscienza più che a una costruzione artefatta.
Le canzoni sono vicine all'elettronica più calda, a Bjork, la voce non può che richiamare il talento della Morissette, e poi c'è dell'altro; c'è un fiume in piena qui sotto, ci sono sogni e racconti ed echi di storie lontane, tutte cantate in inglese “perché in una lingua che non è la nostra siamo costretti a dire solo l'essenziale, a lasciare da parte il superfluo”. C'è che Elisa ha capito che non è necessario urlare per dimostrare che si possiede la voce, che non è necessario parlare, cantare, suonare molto a lungo per riuscire a comunicare un messaggio.
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