«THE HEAT - Toni Braxton» la recensione di Rockol

Toni Braxton - THE HEAT - la recensione

Recensione del 25 mag 2000

La recensione

Quando uscì il primo album di Toni Braxton, nel 1993, molti appassionati di soul e R&B considerarono la cantante un clone poco riuscito e decisamente più commerciale di Anita Baker. In effetti, il timbro vocale e lo stile della Braxton assomigliavano (e assomigliano tuttora, ma in maniera meno evidente) a quelli della più importante figura del soul al femminile degli anni Ottanta. Non si può tuttavia negare alla giovane interprete di aver ben assimilato la lezione (chissà quante volte avrà ascoltato “Rapture”…) e di aver sviluppato un linguaggio che si sposa perfettamente al mondo pop e alle esigenze delle charts. Nonostante le critiche, la statuaria creatura di Kenneth “Babyface” Edmonds e Antonio “L.A.” Reid ha ottenuto un successo straordinario e ha fatto tremare le posizioni delle già affermate Whitney Houston e Mariah Carey, fino a quel momento indiscusse dive del pop-soul. Merito sicuramente anche dell’intuito di Babybaface e L.A. Reid, sempre attenti nel realizzare produzioni moderne, eleganti e di grande presa per il pubblico. Giunta al terzo album, la Braxton non si sposta di una virgola dal suo stile di sempre, anzi, “The heat” prosegue fedelmente il percorso iniziato con “Toni Braxton” e “Secrets”, aggiornando più che altro il suono con produttori collaudati come Rodney Jerkins, David Foster e lo stesso Babyface. La confezione è ovviamente lussuosa e le canzoni sono decisamente di facile presa, sempre adatte ad un pubblico “adult” affamato di ballad sensuali e notturne. A dire il vero, si percepisce chiaramente che tanto dispiego di mezzi e uomini ha un unico fine: accontentare il grosso pubblico con un prodotto adatto a tutte le stagioni. Il risultato è perciò un soul “plasticoso”, finto, quasi imbarazzante nella calcolata geometria. Siamo insomma distanti dall’inventiva di Lauryn Hill ed Erykah Badu o dalla passionalità di Mary J. Blige. E siamo lontani anni luci dalle eccellenti prove di vocalist meno note ma straordinarie come Bridgette McWilliams o Adriana Evans, che incarnano davvero il nuovo soul. Anche Whitney Houston nella sua perfezione sembra addirittura più vera e umana della Braxton. Con questo non vogliamo dire che “The heat” è un brutto disco, e certamente troverà anche in Italia tanti estimatori. Certamente il nuovo soul, o meglio, il vero soul non è qui.
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