Per essere uno che dei diciotto lavori in studio pubblicati dopo questo è riuscito a piazzarne
solo uno nei Top 100 di “Billboard” (COMMON SENSE, nel 1975; peraltro uno dei meno apprezzati dai suoi estimatori), John Prine si è tolto parecchie soddisfazioni. Di morali soprattutto in un secolo nuovo che, oltre all’introduzione nel 2003 nella “Nashville Songwriters Hall Of Fame”, lo ha visto collezionare due Grammy e quattro vittorie agli
“Americana Music Honors & Awards”. Di monetarie sin dai lontani anni ’70 che
inaugurava con questo meraviglioso debutto, ignorato appunto dalle classifiche ma in compenso apprezzatissimo da colleghi in cerca di brani da far loro (d’altro canto: alla Atlantic era approdato su raccomandazione di Kris Kristofferson).
Se lui di hit in prima persona non ne ha mai avute, a elencare chi lo ha coverizzato non basterebbero un paio di colonne di questo volume e basti allora citare un paio di nomi ovvi (Johnny Cash e Bonnie Raitt) e un paio molto meno (Bette Midler e Paul Westerberg). JOHN PRINE contiene alcune delle sue composizioni classiche e fra esse due fra le più memorabili di tutte: l’agrodolcissima "Donald And Lydia" e la sconvolgente "Sam Stone", ritratto visto con gli occhi del figlio di un reduce dal Vietnam precipitato negli abissi della tossicodipendenza.
Il testo qui sopra riprodotto è tratto, per gentile concessione dell'editore e degli autori, dal volume "Rock: 1000 dischi fondamentali. Più 100 dischi di culto” , curato da Eddy Cilia e Federico Guglielmi (con Carlo Bordone e Giancarlo Turra), edito da Giunti nel 2019.
Il libro è acquistabile qui.