«HOMEGROWN - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young, dopo quasi cinquant'anni ecco "Homegrown"

Il leggendario album registrato tra il 1974 e il '75 trova finalmente posto nella sterminata discografia del cantautore canadese, rivelando quel lato delicato e riflessivo che non ha mai voluto mostrare troppo

Recensione del 19 giu 2020 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Curioso come il tempo sia capace di cambiare le prospettive e in qualche modo ammorbidire gli animi. Neil Young, da buon testardo qual è, di veti disseminati qua e là ha costellato la sua lunga carriera, lasciando sedimentare negli archivi diversi tesori che ora, a poco a poco, ha deciso di portare allo scoperto. Dopo il caso di “Hitchhiker”, l’album inedito del 1976 uscito solo tre anni fa, tocca ora a “Homegrown” rimasto in un cassetto per quasi cinque decenni e adesso finalmente maturo per la pubblicazione. Ben poco era trapelato del disco, se non il suo titolo e una grafica di copertina già del tutto definita, dal sapore di vecchia America coloniale, mantenendo però sul contenuto un certo alone di mistero, alimentato dallo stesso rocker canadese, quando ha definito il suo lavoro come “l’anello di congiunzione tra “Harvest” e “Comes A Time””.

A “Homegrown” è mancato proprio il benestare del suo artefice, poco propenso a condividere col mondo quei pezzi per lui troppo personali. Così, il vecchio Neil ha deciso all’ultimo momento di sostituirlo con un altro disco realizzato qualche anno prima, ma ancora in attesa della sua occasione, ovvero “Tonight’s The Night”, un’altra delle tantissime pietre miliari di una discografia ricchissima e pure del tutto ingarbugliata. Quel periodo, a cavallo tra il 1974 e il 1975, per il cantautore di Winnipeg è stato infatti caratterizzato da un’incessante vena compositiva che l’ha portato in giro per gli Stati Uniti, da Nashville a Los Angeles, con “On The Beach” appena realizzato e già pronto per registrare tracce inedite, elaborare vecchi pezzi e perfino richiamare i nemici-amici Crosby, Stills e Nash per un nuovo tour insieme - quello poi confluito nel classico “CSNY 1974”. In questo marasma di idee e progetti, l’allora trentenne Neil aveva però qualche conto in sospeso con i propri tormenti personali.

Sono proprio queste riflessioni dolenti che si incontrano nella scaletta di “Homegrown” a rendere l’ascolto troppo sofferto per Young, tanto da decidere di fermarne la diffusione. Eppure, a dispetto delle premesse, l’album suona molto più luminoso dei suoi compagni d’epoca, lontano dalla lucida rovina di “Time Fades Away” o dei già citati “On The Beach” e “Tonight’s The Night”. Bloccato nel suo mondo fitto di oscurità, il musicista non riusciva a dare un senso compiuto a quel suono così apparentemente semplice e disilluso, nonostante le troppe brutture affrontate: la separazione da Carrie Snodgress, la malattia diagnosticata al figlioletto Zeke e la morte per droga degli amici, il chitarrista, nonché membro dei Crazy Horse, Danny Whitten prima e quella del roadie Bruce Berry poi, lo avevano di fatto chiuso in un tunnel di negatività dal quale sarebbe uscito solo diverso tempo dopo e con parecchie ammaccature.

In “Homegrown” non ci sono però scatti nervosi, né afflizioni aggiuntive. Neil Young offre con fare quasi rassicurante la variegata gamma delle proprie tristezze, riappropriandosi di quelle radici folk in cui da sempre ha affondato la sua poetica. Tra acustica, armonica e slide, pianoforte e spazzole, le suggestioni bucoliche riempiono le atmosfere dell’album, alternando una moltitudine di umori contrastanti piuttosto lontani dagli ideali hippie evocati in “Harvest”. Registrato in parte insieme ai fedeli Crazy Horse e con la collaborazioni preziose di Levon Helm e Robbie Robertson della The Band, il disco mette insieme tradizione americana e chimica creatività. La stessa “Homegrown”, con quel suo fascino da country acido ispirato dalla soddisfazione di coltivare in casa piantine speciali, e la più malinconia “Try”, in cui intona “We’ve got lots of time / To get together if we try” con la voce di Emmylou Harris ad accompagnarne le speranze, rivelano tutta la fragile emotività di un artista col cuore infranto, incapace di scrollarsi di dosso le proprie miserie. In “Separate way” dichiara subito di non voler chiedere affatto scusa, per poi ritornare con la mente nella più trascinante “Vacancy” alla donna che ha amato senza riuscire a darsi risposte.

È stato proprio Neil Young a riferire dell’esistenza di queste tracce, quando, raccontando al giovane reporter di Rolling Stone Cameron Crowe - sì, lui -  della sua stima per Joni Mitchell, tirò fuori degli esempi di canzoni scritte nel tentativo di catturarne lo stile diretto e incisivo: “Cose come “Pardon my heart”, “Home fires”, “Love art blues”… quasi tutto di “Homegrown”. Non ho mai pubblicato nessuno di questi brani. E probabilmente non lo farò mai. Penso che sarei troppo imbarazzato per farli uscire. Sono per me un po’ troppo veritieri”. Ma negli anni qualcosa da queste take ha avuto altre occasioni, perché in scaletta di inediti veri e propri alla fine se ne contano sette, compresa la sinistra spoken song “Florida”, il cui testo era finito per qualche strano motivo in stampa insieme all’artwork di “Tonight’s…”, mentre le restanti cinque tracce, “Love is a rose”, “Homegrown”, White line”, Little wing” e “Star of Bethlehem”, sono state inserite in lavori successivi e qui restituite alla loro versione originale.

Quello che traspare in questi vecchi nastri è il ritratto di un musicista che mostra con sincerità la forma altalenante del suo stato d’animo, lontano da slabbrature, tensioni e strappi registrati altrove. In “Homegrown” anche quando si lascia andare alle negatività riesce tuttavia a mantenere una dolcezza di fondo ben distante dalla funerea mestizia che ha caratterizzato il periodo più duro del cantante. Neil Young permette così di aggiungere un ulteriore frammento alla sua vicenda umana e artistica, facendo finalmente pace con queste canzoni fatte soprattutto di assenza e rassegnazione. Ritorna perciò indietro per passare al setaccio ricordi e sensazioni di mezzo secolo prima, dalle spiagge bianche in “Mexico” alla serenità ormai perduta in “Kansas”, ma anche ripromettendosi - senza crederci davvero troppo in verità - di non fumare più certe cose col blues stralunato di “We don’t smoke it no more”.

Senza bisogno di troppi filtri per raccontare le proprie tribolazioni, Neil ha trasmesso quasi inconsciamente nelle liriche amareggiate di “Homegrown” molto più punti deboli di quanto ai tempi il suo genuino caratteraccio volesse davvero ammettere. Per questo motivo, alla fine, quel lato delicato ha dovuto attendere 45 anni per venire allo scoperto.

TRACKLIST

01. Separate Ways (03:32)
02. Try (02:49)
03. Mexico (01:40)
04. Love Is A Rose (02:17)
05. Homegrown (02:47)
06. Florida (02:58)
07. Kansas (02:11)
08. We Don't Smoke It No More (04:51)
09. White Line (03:13)
10. Vacancy (03:58)
11. Little Wing (02:12)
12. Star Of Bethlehem (02:48)
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