«CHE DIAMINE - Diamine» la recensione di Rockol

Sulle rive del Tevere con i Diamine

Il pop marcatamente elettronico dei Diamine si snoda tra metafore brillanti e melodie fresche: l'esordio del duo romano promette più che bene.

Recensione del 18 giu 2020 a cura di Erica Manniello

La recensione

È un pop marcatamente elettronico, fresco e intelligente quello dei Diamine, duo romano composto da Andrea Purpura e Niccolò Cesanelli, il primo, bassista, autore dei testi, il secondo, batterista, autore della musica, che con questo album ha esordito nel mercato del disco dopo aver iniziato a farsi conoscere già con qualche singolo. Un pop che esplode piano, spesso costruito su basi martellanti e sapori cinematografici, con una tristezza intensa che non si commisera mai. C’è l’ironia, c’è il male di vivere, ci sono i gatti, le ville storte, il mare, la luna, la polvere magica, le rive del Tevere. Ci sono anche la Roma che gioca la domenica sera e fa brillare gli occhi, gli articoli e le articolazioni, parole che stanno all’uomo come il dito alle narici, uccelli che beccano l’orecchio. Bravi e sinceri, questo sono i Diamine.

Anticipato dal singolo apripista “Via del Macello”, il debutto dei Diamine, uscito per Maciste Dischi e Sony Music Italy, vede i due musicisti collaborare con i produttori Ivan Antonio Rossi e Federico Nardelli - che si dividono grossomodo equamente i dieci brani che compongono “Che diamine” -, entrambi al lavoro con artisti che spaziano dai Baustelle agli Ex-Otago, nel caso di Rossi, e da Ligabue a Gazzelle, nel caso di Nardelli. Il suono è fresco e il tocco dei due produttori, che va comunque ad accostarsi a quello di Purpura e Cesanelli, entrambi impegnati nella produzione, non sembra snaturare le intenzioni dei Diamine, mai troppo leggeri, mai troppo pesanti. Capaci di metafore brillanti e di variazioni sonore che non annoiano e che, pur nella semplicità dell’architettura dei brani, sembrano dare ragione al loro modo di presentarsi, nelle interviste, come “due metallari che giocano a fare pop”. Riassumendo, la sostanza, la scrittura – sia come composizione che come testo – detta la linea, come sempre dovrebbe accadere, imponendosi sulle rifiniture. Una linea più leggera e allegra nella prima metà dell’album, fino a “Bolle di sapone”, che si fa invece più cupa da “Da qualche parte” in poi, con un’impostazione che ricorda non poco Iosonouncane e i suoi “La macarena su Roma” e “DIE”, mentre i brani con il sorriso – ma non troppo smaliante, non sia mai – riportano alla mente il cantautorato di Brunori Sas, specie quello che si respira nei primi due album dell’artista calabrese, “Vol.1” e “Vol.2 – Poveri Cristi”.

“Ma che gioia dare inizio, ma che gioia far finire”, cantano i Diamine in “Ma di che”, secondo brano del disco. Ci accodiamo a loro nel tentativo di sottolineare il piacere di imbattersi in “Che diamine” e anche, perché no, quello di allontanarsene una volta terminato l’ascolto per tornare, sulla scia degli spunti sollevati dal duo romano, a definire, o almeno a provarci, il concetto di identità e quello di felicità, che viaggiano, in forma interrogativa, lungo l’intero disco.

TRACKLIST

01. Supersonica (02:18)
02. Ma Di Che (02:53)
03. Via del macello (02:42)
04. Bolle di sapone (03:03)
05. Da qualche parte (03:35)
06. Chiunque tu sia (03:44)
07. Isolamento (02:34)
09. Così via (03:32)
10. Diamine (03:06)
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