«LIVE FROM CLEAR CHANNEL STRIPPED 2008 - Taylor Swift» la recensione di Rockol

Il nuovo capitolo della lotta tra Taylor Swift e Scooter Braun

La vecchia etichetta della cantante pubblica un album dal vivo, e lei si arrabbia. Ma questo tipo di dinamiche e guerre tra etichette e artisti non sono una novità

Recensione del 06 mag 2020 a cura di Gianni Sibilla

Voto 4/10

La recensione

Questo disco è musicalmente inutile, ma interessante per altri motivi. Si tratta di un'esibzione "unplugged" di Taylor Swift, registrata nel 2008, all'età di 18 anni, per promuovere il suo secondo album "Fearless".

È uscito per la Big Machine nelle settimane scorse, senza essere annunciato e teoricamente con una data di pubblicazione del 2017.

Questa scelta non è casuale: il contratto della Swift con la Big Machine - l'etichetta che la firmò e la lanciò da teenager - è scaduto nel 2018. Taylor Swift è passata alla Universal, la Big Machine nel 2019 è stata acquisita da un gruppo guidato da Scooter Braun - e con essa i "master", ovvero la proprietà delle registrazioni dei primi album. Tradotto: con quella musica la Big Machine può fare quello che vuole, senza autorizzazioni. Taylor Swift, che già in passato si era scagliata contro le piattaforme streaming per i bassi compensi, ne ha fatto una battaglia sul controllo della musica da parte dell'artista, accusando Scooter Braun di essere senza scrupoli. Su questa pubblicazione ha fatto un post durissimo: "A mio parere è solo un altro caso di avidità senza vergogna, al tempi del Coronavirus, così di cattivo gusto ma molto trasparente" - si è anche attirata qualche critica di antisemitismo, per avere additato Braun e la famiglia Soros (coinvolta nella Ithaca Holding e - come noto - oggetto da tempo di teorie complottiste) come "avidi".

Questo disco presenta 8 canzoni in versione semiacustica, tutto sommato innocue, se non per il fatto che mostrano un'immagine di una cantante che non c'è più: la giovane e innoncente stellina country-pop, ora cresciuta e trasformatasi in una volitiva cantante che si è creata un genere suo, molto più pop nel senso classico del termine. Se andate sul profilo spotify di Taylor Swift fate persino fatica a trovarle, mentre si trovano in evidenza diverse altre operazioni della Big Machin: playlist, riedizioni e così via.

Sta esagerando, l'etichetta? Si. Ma non è una novità: è il lavoro delle case discografiche. Ovvero investire sugli artisti quando sono giovani, e come dice il cantante "uno su mille ce la fa". Uno dei modi classici che hanno è pagare le incisioni e mantenerne la proprietà (i master, appunto), per potere avere un catalogo a disposizione da usare più avanti, monetizzarlo (brutta parola...) per poi potere investire su altri artisti, compensando le perdite su artisti che invece non hanno sfondato.
Solo  più avanti nella loro carriera i cantanti, se hanno avuto successo e quindi potere, riescono a firmare contratti in cui mantengono la proprietà dei master e quindi possono controllare completamente la propria musica.

La storia della musica è piena di storie di questo genere, da Sprinsgsteen (che dopo "Born to run" rimase fermo due anni senza poter registrare per un contratto capestro con il primo manager) ai R.E.M., che ottennero la proprietà dei master solo firmando con la Warner nel 1988, ma scelsero di collaborare con la vecchia etichetta per ogni pubblicazione che riguardava il catalogo dei primi album. Per non parlare del caso più famoso di tutti, quello di Prince, che pur di non incidere con la propria casa discografica cambiò nome. Il mercato, da decenni, viene inondato di pubblicazioni più o meno autorizzate: raccolte, ristampe, greatest hits e così via. Certe volte sono curate, altre volte sono fatte malissimo, senza nessun rispetto per l'ascoltatore. Insomma nessuno ha torto e nessuno ha ragione in questa storia: la casa discografica fa (male) il suo lavoro, l'artista prova a difendere la sua credibilità, con i toni e i modi che ritiene più opportuni - ma che sembrano in questo caso pure un po' esagerati.

Insomma, alla fine "Live From Clear Channel Stripped 2008" è un disco tutto sommato che non fa né bene né male, ma che ci racconta come certe dinamiche e certe storie della musica non cambiano, anche nell'era dello streaming e delle piattaforme.

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