«FOR THEIR LOVE - Other Lives» la recensione di Rockol

Il mondo sonoro degli Other Lives e il loro messaggio di speranza

Jesse Tabish e soci tornano con un nuovo album, il primo in cinque anni. Per “For their love” la band statunitense guarda al proprio passato per dare forma a nuove sonorità, capaci di trascinare l’ascoltatore in un'altra dimensione spazio-temporale.

Recensione del 25 apr 2020 a cura di Elena Palmieri

Voto 8/10

La recensione

Sono passati cinque anni dal precedente lavoro discografico degli Other Lives, “Rituals”, nel quale la formazione di Stillwater (Oklahoma) aveva giocato a contaminare il suono organico e lo spirito folk dell’album “Tamer animals” del 2011 con elementi elettronici. Ora, ascoltando il nuovo disco di Jesse Tabish e soci, sembra che il gruppo statunitense abbia voluto mettere da parte per un attimo gli strumenti elettronici e recuperare sonorità autentiche per dar forma a un nuovo mondo sonoro.

La nuova prova sulla lunga distanza degli Other Lives, “For their love”, - autoprodotta dal trio formato da Jesse Tabish, Jonathon Mooney e Josh Onstott e che ha coinvolto anche la moglie del frontman della band Kim e il batterista Danny Reisch - sembra trascinare l’ascoltatore in un'altra dimensione spazio-temporale. Eppure le dieci canzoni del disco sono piene di realtà. Ogni traccia, infatti, cerca di indagare il sentimento umano e lo spirito che muove ogni individuo ad affrontare il presente, a capire le dinamiche della società e a confrontarsi con i temi profondi della propria esistenza. L’album, inoltre, porta con sé un messaggio di speranza, intesa come uno dei valori fondamentali per vivere.

L’ambiente sonoro di ogni traccia di “For their love” si costruisce sui suoni di chitarra, basso, batteria e tastiere che si intrecciano con quelli degli archi, come nella prima canzone del disco, “Sound of violence”. Questo album è arricchito, inoltre, da brani caratterizzati dall’uso delle campane tubolari e del clarinetto ma anche da quello dei corni e del sassofono. La lunga parte strumentale che introduce la traccia “All eyes / For their love” e il brano “Who’s gonna love us”, per esempio, riescono a fornire un’idea generale del lavoro di ricerca e sperimentazione musicale che sta dietro a questo disco.

L’ambizione degli Other Lives ha permesso al gruppo di osare un po’ di più rispetto agli album precedenti e, se “Tamer animals” si colorava di riferimenti cinematografici, questo disco propone passaggi musicali più coraggiosi, che guardano con più attenzione alle composizioni di Ennio Morricone. I cori di voci femminili che riempiono “All eyes / For their love” o verso cui si apre la canzone “Dead language” sembrano davvero dare forma alla colonna sonora di un film ambientato in un paesaggio immaginario.

In questo lavoro, che suona con eleganza e sincerità, l’intensità della musica è sostenuta dalla forza evocativa dei testi delle canzoni che, frutto di un processo introspettivo intrapreso da Jesse Tabish, guardano ai grandi temi della vita su cui ogni individuo si interroga.

Dall’amore fino alla morte, la quale diventa il tema principale attorno a cui ruota il significato della canzone “We wait”. “Death has come around my mind so often in a sleep / We were dreaming 'bout a winter you won't see / And despite the lies that tie a man you held your head so high / You’re often on my, always on my mind”, canta la voce degli Other Lives nella settimana traccia di “For their love”, in cui il cantante ricorda la scomparsa in giovane età di un caro amico.

Subito dopo questo brano arriva “Hey hey I” che, su una musica più spigliata che profuma quasi di spensieratezza ricordando alla lontana i lavori dei National ("Don't swallow the cap” da “Trouble will find me” del 2013, per fare un esempio), si presta come una lettura della società attuale e della condizione di ogni persona ma anche come monito da seguire: “You got to be yourself”, intona Jesse Tabish.

Con il brano “Sideways”, in cui la voce femminile fa eco a quella calda ma al contempo ruvida di Tabish, gli Other Lives offrono una poesia e un messaggio di speranza. Mentre le immagini romantiche del testo si tingono di malinconia, il suono della chitarra culla l’ascoltatore che è libero di immaginare quegli elementi sufficienti per sostenere tutti gli esseri umani, come l’aria.

 

TRACKLIST

01. Sound of Violence (03:45)
02. Lost Day (02:55)
03. Cops (03:55)
05. Dead Language (03:05)
06. Nites Out (03:20)
07. We Wait (03:41)
08. Hey Hey I (03:05)
10. Sideways (03:41)
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