«DEAR LIFE - Brendan Benson» la recensione di Rockol

La felicità casalinga di Brendan Benson

Controparte "leggera" di Jack White nei Raconteurs, il cantautore e chitarrista si scopre finalmente un uomo rasserenato dalla vita nel variegato pop di "Dear Life".

Recensione del 01 mag 2020 a cura di Marco Di Milia

Voto 7/10

La recensione

Due bambini e una splendida moglie. Brendan Benson descrive così la propria bolla domestica, che dalla sua Nashville gli ha permesso di raccogliere l’ispirazione per il nuovo album “Dear Life”, il primo in sette anni. Il cantante e chitarrista in formazione nei Raconteurs insieme a Jack White, Jack Lawrence e Patrick Keeler, dismesse al momento le attività della band dopo la pubblicazione lo scorso giugno di “Help Us Strangers”, si è fatto trasportare da una contagiosa euforia casalinga nel riprendere il suo percorso solista, lasciando trasparire in pieno tutta la sua variegata sensibilità pop.

Dopo aver vissuto notevoli cambiamenti personali, Benson si scopre finalmente un uomo rasserenato dalla vita che, anche quando affronta le mille difficoltà quotidiane e si ritrova, solitario, a pensare ai vecchi amori di un tempo, non teme affatto di mostrarsi sensibile, senza nessun bisogno di nascondersi dietro a troppi giri di parole. Le insicurezze esistenziali sono tra le sue riflessioni preferite, ma spostate ora su un altro punto di vista. Ciò che lo muove è in primo luogo la famiglia e il timore di perderla. C’è al solito la paura della morte, dell’abbandono e dell’ansia di lasciarsi sfuggire quanto di più prezioso si possa aver costruito, e tuttavia, c’è un entusiasmo e un ottimismo del tutto inediti in queste melodie che riescono a trasmettere con brio la stessa spontaneità di fondo che le ha generate. Valori positivi che Brendan ha sostenuto a base di “cannabis, hip hop e un nuovo interesse per i software di batteria”.

Una storia di ritrovata soddisfazione iniziata però, come quasi tutte le vicende a lieto fine, da una urgenza di cambiamento. Benson infatti, prima ancora di iniziare le lavorazioni di “Dear Life”, era stato costretto a portarsi a casa tutte le sue attrezzature quando l’edificio che ospitava gli studi da lui utilizzati, i Readymade Studios, venne tristemente riconvertito in un meno artistico parcheggio. Creando per necessità una propria postazione domestica, il musicista ha iniziato a mettere insieme i tasselli di una ritrovata intimità, sperimentando non solo con la chitarra, ma anche con stili e mezzi che la tecnologia aveva da offrirgli. 

Non cerca troppa profondità, preferendo essere il più diretto e sincero possibile, tanto da risultare persino ingenuo nel raccontare le proprie esperienze di ragazzo ormai fortunato. Si espone quindi in un flusso ondivago di trame vivaci che, dal nervoso attacco di “I can if you want me to” arriva al tuffo funky di “Good to be alive” fino alle melodie orecchiabilissime della title track o di “Baby’s eyes”, permette di sbirciarne la quotidianità. Mettendo insieme la trascinante esuberanza di “Richest man” e “Half a boy (Half A Man)” e passaggi più emotivi, come la conclusiva “Who’s gonna love you?” in cui Brendan, in uno spurio R&B, si chiede chi si prenderà cura dei suoi affetti quando non ci sarà più, si prende così la libertà di apparire dannatamente “facile”.

Nel farlo, sceglie di restare tra amici, accasandosi con la Third Man Records, etichetta del blasonato sodale Jack White. Non era mai capitato prima per la necessità del suo autore di smarcarsi dall’ingombrante presenza dell’ex White Stripes, ammettendo che questa mancanza potrebbe essere stata dettata soprattutto dall’orgoglio. “Non volevo cavalcare il suo successo, ma credo che ora abbia un senso, anche perché non sono rimaste più etichette discografiche”, ha sentenziato Benson. “Ed è davvero bravo!”. 

Confermandosi quindi un talento pieno di idee, perfetto contraltare leggero per il turbinio creativo di White, Brendan Benson si dimostra abile nel maneggiare il linguaggio complesso del pop e ibridarlo con ciò che di nuovo lo attrae, tra elettronica, country, folk, rock e quant’altro. A volte impossibilitato nel mettere a freno il suo fanciullino interiore alle prese con glitch e campionamenti, ma anche onesto nel descrivere la sua realtà, indicando i suoi cari come imprescindibile baricentro esistenziale. Una gioia che non solo l’ha reso sobrio, ma anche rassicurato delle proprie capacità, appagato nel vedere, nella già citata “Baby’s eyes”, la cura a tutti i suoi mali negli occhi felici dei suoi figli. “Ho il doppio dell'amore e la metà dei soldi / E mi sento come l'uomo più ricco”: evidentemente non serve nient’altro per sentirsi in pace col mondo.

TRACKLIST

02. Good to Be Alive (04:09)
04. Richest Man (02:44)
05. Dear Life (03:19)
06. Baby's Eyes (03:01)
07. Freak Out (02:35)
08. Evil Eyes (03:19)
09. I'm in Love (01:32)
10. I Quit (02:28)
11. Who's Gonna Love You? (03:08)
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