«HELIOCENTRIC - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - HELIOCENTRIC - la recensione

Recensione del 06 mag 2000

La recensione

Fanno bene, quelli di NME o di Musical Express, a mettere ancora in copertina Paul Weller nonostante le sue 40 e passa primavere: infatti è proprio attraverso la sua carriera che passa e filtra quel DNA del brit-rock necessario per capire anche molto di quanto gira intorno oggi. Weller non è ancora un grande padre della musica inglese, né mai lo sarà: più probabile per lui il ruolo di eterno zio, un po’ defilato rispetto alle parentele più dirette e visibili (Beatles=Oasis) ma nondimeno importante. Primo, per le sue fonti di riferimento, che vanno ricercate anzitutto nella filosofia mod incarnata dagli Who e poi dai suoi Jam, e che forse ancora oggi, seppure si siano perse le icone materiale di riferimento, rimane un attitude tipica di molta musica inglese, e soprattutto di molto music business. Secondo, per la voglia che ha sempre avuto lo stesso Weller di tentare esperimenti svariati, dal punk degli Jam alla raffinatezza cool degli Style Council, per finire con un percorso da solista maggiormente incentrato sul lavoro in verticale della sua propria forma di rock’n’roll, nel quale convergono le esperienze passate e la stima per quanto lo attrae musicalmente. Terzo, per un’attitudine che anzitutto a partire dal look lo fa apparire sempre un po’ come “the last of the indipendents”, cordiale ma mai eccessivo, cortese ed educato ma sempre pronto ad alterarsi di fronte alla stupidità gratuita, dentro al business eppure spesso poco attento ai risultati commerciali. Per questi – e per tanti altri motivi – Weller riveste per la stampa musicale un importanza che spesso prescinde dal diretto risultato del lavoro, e abbraccia invece la persona Paul Weller. Detto questo, resta da dire molto sul disco, e la prima cosa da scrivere è che “Heliocentric” è forse il disco più ‘trasversale’ tra i suoi ultimi, quello cioè meno caratterizzato da una direzione musicale omogenea e capace di contenere svariati riferimenti stilistici. Degli stomp di chiara matrice folk (“Sweet pea..”) si affiancano ai tipici rock’n’roll incendiati tipici di Weller (bellissima a questo proposito l’iniziale “He’s the keeper”, dedicata all’ex-Faces Ronnie Lane), a ballad elettroacustiche (“A whale’s tale”), o a delicate divagazioni jazzy a la Style Council, seppure con un mutato contesto musicale, qui sostituito da un’ambientazione scarna e percussiva, che riempie l’album per lasciare ogni tanto solamente posto all’affiorare degli archi. E’ come se Weller non si fosse curato di offrire all’album una direzione, ma al contrario Tra le canzoni degne di nota, una citazione meritano “He’s the keeper”, “Sweet pea” e “There’s no drinking, after you’re dead”, forse il momento più alto dell’album, uno strano connubio tra psichedelia, violini cinematici e una ritmica jungle, uno strano incrocio tra Portishead, i Beatles di “Tomorrow never knows” e le sue inconfondibili chitarre.
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