«SERENO AD OVEST - Niccolò Fabi» la recensione di Rockol

Niccolò Fabi - SERENO AD OVEST - la recensione

Recensione del 28 apr 2000

La recensione

Il ventaglio di possibilità è piuttosto ristretto. O Fabi ha voluto dirci: “Parliamo tanto di me”, e armato di piccone ha scavato più che poteva nella propria caverna. Oppure, Fabi ha voluto dirci: “Questo sono io, questi siete voi”, per farci scoprire che scava, scava, il giovane maschio italiano tra i venti e i trentasei (mettiamo lì un numero, via) messo di fronte alle più disparate situazioni, finirà per perdersi sempre negli stessi labirinti. Terza, ultima, inevitabile: entrambe le ipotesi sono buone, e questo spiega anche un titolo come “Sereno ad ovest”, che è già abile espressione di un disagio “carino” e non detto (a est e a sud che tempo fa?).
Se il pensiero è debole, la musica è da sottoporre a cura ricostituente - ma la sensazione è che sia volutamente ed eloquentemente scarna, con melodie e arrangiamenti più poveri rispetto all’album precedente. La malinconia di “Lasciarsi un giorno a Roma”, già piuttosto contenuta, dolce rassegnazione di fronte all’apparentemente inevitabile sfuggire di tutto (il tempo, le passioni, il tram, ogni cosa) viene ulteriormente diluita in idee musicali blande e smussate di ogni angolo con cui ci si possa tagliare. Solo “Zerosei”, che ricorda un po’ i Cure, provoca qualche piccolo sussulto, ma per tutto l’album si rimane seduti, con lo sguardo perso nel vuoto, guidati da Niccolò in un mondo di sentimenti che non sbocciano in amore per la paura di dissolversi in lacrime, in reazioni emotive forti. “La politica”? Secondaria rispetto al titanico sforzo di governare la propria vita sentimentale (eh, altro non ci aspettavamo). Alla fine del disco ci si chiede se davvero Fabi, che con il “Principe” condivide un qualche sofferto e carismatico distacco, sia davvero il De Gregori della sua generazione. Senza ermetismi, e senza folgoranti ricordi di ragazze di Roma “la cui faccia ricorda il crollo di una diga”. In parte, sì: Fabi dà l’impressione di scavare nella sua miniera senza darsi pena di trovare gioielli, convinto che per essi non ci sia posto, nella Silicon Age. Ma certo, alla fine di “Se fossi Marco” viene da dire: “Se fossi Niccolò mi darei una bella scossa. E toglierei gli specchi di casa”.
Da segnalare che se entro il 31 luglio 2000 vi collegate a un sito segnalato in una “netcard” contenuta nel cd e seguite le istruzioni, grazie a una partnership (o come cavolo si dice) potete scaricare gratuitamente un brano inedito, “Ostinatamente”. Ci spiace ridacchiare dello sponsor, che si sa, è Dio, ma questa trovata della canzone che scade come la maionese davvero ci mancava.
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