«GIGATON - Pearl Jam» la recensione di Rockol

I Pearl Jam sono tornati per aiutarci a capire un presente inaspettato: "Gigaton"

Il nuovo album della band di Seattle, raccontato brano per brano in anteprima. A fare la differenza sono le canzoni e il suono, rinfrescato dalla presenza di un nuovo produttore, Josh Evans.

Recensione del 25 mar 2020 a cura di Gianni Sibilla

Voto 8/10

La recensione

I Pearl Jam sono tornati. Non è solo una questione temporale, anche se “Gigaton” arriva a sei anni e mezzo da “Ligthing bolt”. È una questione di sostanza: è il disco più solido del gruppo dai tempi di “Avocado” del 2006. In sette anni di tour e di vita intensa la band si è rimessa a fuoco con un album in cui a fare la differenza sono le canzoni e il suono, rinfrescato dalla presenza di un nuovo produttore (Josh Evans - qua la nostra intervista).
“Gigaton” centra l’obbiettivo là dove “Lightining bolt” aveva fallito: provare strade nuove, rimanendo fedele all’identità del gruppo.
In “Gigaton” c’è molto rock, ci sono chitarre brillanti, ci sono soluzioni che non ti aspetti ma che non snaturano mai le canzoni (come invece succedeva in “Lighting bolt”, invecchiato male). Ci sono ballate emozionanti e ci sono brani acustici. E ci sono testi che parlano del presente, anche di quello inaspettato che stiamo vivendo in questi giorni.
Si parte veloci con  “Who Ever Said” e “Superblood Wolfmoon”, e si termina con un trittico finale che può lasciare insensibili solo fan di qualche altro genere musicale. Ecco il racconto di “Gigaton” canzone per canzone.

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“Who Ever Said”
Un inizio perfetto: parte come un rocker dritto, chitarre pulite e voce intensa: “Who ever said it’s all been said gave up on satisfaction”. Poi rallenta, con un inciso in cui la voce di Vedder si fa più emotiva: “Home is where the broken heart is/Home is where every scar is”. Poi riparte:  “Swallow my pencil and bleed out my pen/surrender the wish we’ll be together again/But I won’t give up on satisfaction”, poi cambia ritmo di nuovo, poi riparte ancora.
Una canzone scritta da Vedder, che musicalmente ricorda “Marker in the sand” (2006) per i cambi di ritmo. Ed un testo che introduce i temi del disco: reagire ai tempi che corrono, non lasciarsi andare. Sono i Pearl Jam, iper riconoscibili e intensi come sempre, ma guardano avanti.

“Superblood Wolfmoon”
Il secondo singolo, anche questo scritto interamente da Eddie Vedder. Già lo conoscete: intro di batteria secca, un riff di chitarra altrettanto incisivo, quindi la voce di Eddie Vedder entra cantando "Superblood wolfmoon took her away too soon” . La canzone prosegue con un'urgenza che ricorda le prime cose della band, con un gran assolo di McCready a metà canzone, che anticipa la ripresa del riff iniziale. Vedder sottolinea ancora una volta il tema della reazione e del non perdere la speranza: “Don’t allow for hopelessness, focus on your focusness/I’ve been hoping that our hope dies last/I don’t know anything, I question everything/This life I love is going way to fast”. Forse uno dei pezzi più “normali” del disco, ma l’ “I can hear ya” finale sarà perfetto dal vivo.

“Dance of the Clairvoyants”
La prima canzone di “Gigaton” che abbiamo sentito e la più spiazzante: basso, tastiere e groove. Scritta collettivamente da tutta la band, ricorda molto i Talking Heads, anche nel modo in cui Eddie Vedder interpreta alcune parti. Anche qua un testo adatto a questi giorni, quasi profetico considerando che esce nel mezzo di questa crisi: “We're stuck in our boxes/ When it's open no more/ Could've lifted up they're forgetting us/ Not recalling what they're for/I'm in love with clairvoyants/'Cause they're out of this world”

“Quick Escape”
Un mid tempo con una potente sezione ritmica su cui si innestano le chitarre. Un incipit ledzeppeliniano scritto da Ament, alla “Kashmir”: guarda caso, nel testo si sente "Cross the border to Morocco, Kashmir then to Marrakech". 
La canzone si apre con un omaggio di Vedder, autore del testo, a Freddie Mercury e ai Queen: “Reconossaince is on the corner/in the world not so far/First we took an aeroplane, then a boat to Zanzibar/ Queen cranking on the blaster/and Mercury did rise/come along where all we belonged/You were yours and I was mine/ Had to… Quick escape”. 
La voglia di fuga dal mondo verso “un post che non è ancora stato fottuto da Trump”, in uno dei pezzi più tosti e dell’album, che si chiude con il rumore di un jet.

“Alright”
L’album rallenta per la prima volta, in una ballata minimale, scritta interamente da Jeff Ament. La prosecuzione tematica della canzone precedente: “It’s alright, to be alone, to listen for a heartbeat, it’s your own. It’s alright, to quiet up, to disappear in thin air, it’s your own”. Va bene la rabbia e l’azione, ma la rivoluzione comincia guardandosi allo specchio e ritrovando se stessi.

“Seven O’clock”
Un altro brano mid-tempo, il più lungo dell’album con 6’14” di durata. Questo è basato su chitarre acustiche e tastiere, e con la voce in primo piano: nel ritornello che ricorda “Confortably numb” dei Pink Floyd (spesso cantata da Vedder e dalla band in passato): “Floodlight dream go drifting past/ all the lives we could’ve head/ distant loves floating above/ Close these eyes, they’ve seen enough”. 
Un brano dalla scrittura collettiva (testo di Vedder, musica di tutta la band) il cui titolo arriva dal primo verso (“Seven o’ clock, got a message from afar”), con un bel finale prima in falsetto poi con Vedder che ripete “Much to be done, much to be done”.

“Never Destination”
Si torna al rock, con un’altra canzone scritta interamente da Vedder, una classica rock song alla Pearl Jam: “Don’t wanna believe it/these endless miles, never destination, just more denial”, con le ultime due parole cantate con rabbia, prima di un assolo di McCready. Bello il bridge e belo il finale: ricordano alcuni passaggi dei Pearl Jam di “Insignifcance” e di “Riot act”.

“Take The Long Way”
Il ritmo aumenta, con un punk rock diretto: “I’ll break through these feelings/I’ll break through the ceiling/Always take the long way that leads me back to you”. Una canzone di Matt Cameron: non è un caso che ricordi i Soundgarden di “Superunknown”

“Buckle Up”
Un arpeggio di chitarra quasi in controtempo, la voce di Eddie Vedder che delicatamente declama parole invece molto forti: “I got blood, blood on my hands/the stain of a human” e poi invita a tenersi forte, per i tempi difficili: “Firstly do not harm, then put your seatbelt on/Buckle up”. Scritta da Stone Gossard, è la canzone più breve del disco, a 3’37"

“Comes Then Goes”
Si torna alla penna di Eddie Vedder per il trittico finale: questa si apre con chitarra acustica e voce, con atmosfere che ricordano Thin air” e “Off he goes”, non solo nel titolo “Where ya been?/Can i find a glimpse of my friend/Don’t know where or when one of left us the other behind/Divisions came and troubled multiplied/Incisions made by scalped blades of time/Comes then goes…”. Che Vedder stia ricordando l'amico perduto Chris Cornell?
Una canzone interamente acustica, senza ritmica, su come i tempi della vita alterano le relazioni e una citazione degli amati Who: “Can I try one last time/Could all use a saviour for human behaviour sometimes/And the kids all right”.

“Retrograde”
Un’altra ballata, ma dal suono più pieno, che ricorda certe cose dei R.E.M. Una chitarra acustica, poi entra la band a sostenere Vedder che canta ancora una volta di non lasciarsi andare: “The more mistakes, the more resolve/It’s gonna take much more than ordinary love to lift this up”, prima di aprirsi su un ritornello da brividi, sul modello di “Sirens”: ”Stars align they say when things are better than right now/Feel the retrograde spin us round”. La coda è un crescendo che aumenta il tasso di emozione del brano, e ci accompagna verso la fine dell'album.

“River Cross”
La classica conclusione: del brano dei Pearl Jam un brano tranquillo, intenso e pieno di speranza, basato sull’organo di Eddie Vedder che ne è l’autore unico, e che l’ha suonata anche nei suoi concerti solisti.
Vedder riconosce la lotta che serve, e invita a condividere la luce “Folded over, forced in a chokehold/outnumbered and held down/an all this talk of rapture/Look around at the promise now, here and now. Share the light, won’t hold us now”

TRACKLIST

01. Who Ever Said (05:11)
04. Quick Escape (04:46)
05. Alright (03:43)
06. Seven O'Clock (06:14)
07. Never Destination (04:17)
08. Take The Long Way (03:41)
09. Buckle Up (03:36)
10. Comes Then Goes (06:02)
11. Retrograde (05:22)
12. River Cross (05:54)
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