«I MADE A PLACE - Bonnie 'Prince' Billy» la recensione di Rockol

"I Made A Place", il rifugio sicuro di Bonnie "Prince" Billy contro il logorio della vita moderna

Dopo otto anni un nuovo album di inediti del cantautore statunitense per raccontare vecchie e nuove inquietudini del grande marasma moderno, affrontate con leggerezza, ma anche con tenacia

Recensione del 16 gen 2020 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Doveva prima passare la tempesta perché Will Oldham ritrovasse la giusta armonia. Saggiamente il cantautore noto come Bonnie “Prince” Billy ha atteso quindi i propri tempi per raccontare con naturale distensione di quei contrasti che insieme hanno costruito e pure disgregato il suo mondo per ben otto anni.

Un intervallo decisamente lungo, durante il quale il musicista di Louisville si è dedicato con singolare costanza a dischi tributo e rielaborazioni del proprio repertorio, fino a quando, durante una vacanza alle Hawaii, dei mirtilli infusi nel thc non gli hanno permesso di riflettere con il dovuto raziocinio sui tanti cambiamenti, personali e sociali, del grande marasma moderno. Fedele quindi alla sua criptica poetica intrisa di folk e disarmante forza evocativa, il menestrello Will ha affidato le sue preoccupazioni a un album che vuole essere un rifugio sicuro fin dal suo titolo “I Made A Place”. Un lavoro in cui vecchie e nuove inquietudini, ora che ci sono una dimora e una famiglia da proteggere, si intrecciano in un continuo rimando a un’età in cui la serenità era uno stato d’animo del tutto naturale. Frammenti di innocenza perduta che sembrano farsi largo tra gli allegri sprazzi di tredici tracce apparentemente semplici, eppure capaci di nascondere un’ansia di fondo che lo stesso autore trasmette nel contrasto tra arrangiamenti e testi.

Un dualismo tra felicità e angoscia che nell’album compare subito in apertura, con la leggerezza quasi ostentata di “New memory box”, in cui si il difficile rapporto tra ambizione e desiderio di tranquillità è condensato in parole poco rassicuranti come “non lasciare che i mostri escano fuori dall'oscurità”. Ancora, la strumentazione vivace balla con una bizzarra malinconia nella ritmata “Dream awhile”, storia di sogni turbati da qualcosa di oscuro che si fa strada tra cori e ritmiche, così come in “Look backward on your future, look forward to your past”, dove passato e futuro si riannodano in una spirale senza fine. Una sensazione di precaria sicurezza che “Prince” Billy fa emergere con sinistro candore, “I got the eye of the squid / It ain’t not there, it’s just hid” canta nella frivola filastrocca “Squid eye”, mentre in “The devil’s throat” mostra i tratti del suo spirito fanciullesco finalmente libero, per poi ritirarsi nelle sue meditazioni in brani intimi come “I have made a place”, “This is far from over” e la conclusiva “Building a fire”.

Per dare forma alle sue paure, l’autore si è avvalso dei musicisti con cui ha stretto negli anni una rodata collaborazione, dalle armonie di Joan Shelley a Mike Hyman alla batteria e Nathan Salsburg alla chitarra, con uno schema ben collaudato di acustica, banjo, violini, fiati e le punteggiature, in via eccezionale, di un’elettronica misurata col bilancino. Su tutto traspare la necessità di Oldham di raccontare gli affanni del suo tempo, in una congiuntura che vede la fruizione della musica demandata a un frazionamento tanto estremo da rendere l’ascolto di un album un esercizio ormai antico. Così, contro i mulini a vento della rivoluzione digitale, il cantautore ha imposto un coraggioso veto alle piattaforme di streaming, come pure una beffarda rivincita con i singoli di presentazione, “At the back of the pit" e "In good faith", condivisi nel corso dell’autunno ed entrambi lasciati fuori dalla tracklist del disco.

Eternamente fuori dal giro giusto, ma sempre traboccante di riferimenti che connettono la sfera personale a quella universale, Will Oldham ha permesso alla propria apocalittica ispirazione di fluire negli aspetti più semplici e istintivi di una vita ordinaria, divisa tra gioia e dolore, trionfo e fallimento. “I Made A Place” rappresenta in questo modo quanto di prezioso il camaleonte Bonnie “Prince” Billy cerca oggi di difendere, senza pensarci su due volte.

TRACKLIST

01. New Memory Box (03:01)
02. Dream Awhile (03:31)
03. The Devil's Throat (03:33)
04. Look Backward On Your Future, Look Forward To Your Past (03:55)
05. I Have Made A Place (03:39)
06. Squid Eye (02:46)
07. You Know The One (03:37)
08. This Is Far From Over (02:46)
09. Nothing Is Busted (04:33)
10. Mama Mama (02:32)
11. The Glow Pt. 3 (03:22)
12. Thick Air (02:41)
13. Building A Fire (03:38)
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