«O PRIMEIRO CANTO - Dulce Pontes» la recensione di Rockol

Dulce Pontes - O PRIMEIRO CANTO - la recensione

Recensione del 20 apr 2000

La recensione

Nelle intenzioni di Dulce Pontes, “O primeiro canto” doveva essere un ritorno alle radici della musica, a tutto ciò che è essenziale, a partire da quella della tradizione portoghese, cui questa giovane interprete e autrice appartiene. E’ questo il motivo per cui la ‘nuova Amalia Rodrigues’ – come è stata ribattezzata in patria – ha deciso di circondarsi di collaboratori e di colorare le sue canzoni con suoni di strumenti distanti migliaia di chilometri, come gli ottoni dell’est e le cornamuse svedesi, oltre a contaminare la propria musica con forti elementi mutuati dalla tradizione brasiliana e africana. Ne viene fuori un album che è un netto passo di lato rispetto alla precedente identità della Pontes, legata mani e piedi all’interpretazione – sia pure in chiave moderna- del fado, e che invece la porta a candidarsi al ruolo di interprete di folk music internazionale, di rappresentare cioè per il Portogallo quello che Noa rappresenta per Israele e Khaled per l’Algeria. L’album è anche discretamente convincente da questo punto di vista, seppure con qualche leziosità di troppo, che inserita su un tappeto musicale molto vivace rischia di pesare il doppio. Spettacolare il brano d’apertura, “Alma guerreira”, così come il duetto con Waldemar Bastos in “Velha chica”, mentre in “Modinha das saias”, oltre ad aver invitato Maria João , Dulce Pontes torna ad incrociare l’ugola con Gemma Bertagnolli, già sua partner nei concerti tenuti l’anno scorso da Ennio Morricone all’Accademia di Santa Cecilia. Ottima anche “Ai solidom”, con l’accompagnamento di una sezione fiati che rimanda ad alcuni dei migliori arrangiamenti di Goran Bregovic. Un buon album, quindi, anche se, per quanto nobile e raffinato possano essere l’intento e il risultato perseguiti, niente riesce a cacciar via una sensazione di crescente noia che sale dopo l’ascolto di buona parte del Cd. Ma questo forse dipende dal fatto che il genere musicale richiede impegno e passione: comunque sia, c’è anche qualcosa di piacevolmente fuori dal tempo nella costruzione di questo album, e qualcosa di irrimediabilmente troppo zuccheroso. Un po’ come i dolci tipici dell’arte pasticciera portoghese. Come dire, difficile smentire i cromosomi nazionali.
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