«WHO - Who» la recensione di Rockol

Il ritorno degli Who dopo tredici anni

Pete e Roger sono ancora la premiata ditta. “Who” è classico nello stile come nel loro irrisolto e vincente contrasto.

Recensione del 07 dic 2019 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Flash back. “I don’t mind / Other guys dancing with my girl”. Un’istantanea della sua gente, i mod, scattata nel 1966 da Pete Townshend in “The kids are alright”. Destinata agli annali, splendida tessera di un manifesto generazionale composto nel tempo e culminato in “Quadrophenia”.

Flash forward. “I don’t mind / Other guys ripping off my song”. Suona familiare? Sì, e anche in un tratto della melodia. Ma in “All this music must fade” - 53 anni dopo - di generazionale non resta nulla (e vorrei pure vedere...).Un’auto-citazione cinica e ironica, semmai, riannoda il filo di un discorso, con Roger Daltrey che avverte chi ascolta che odierà questa canzone che non contiene nulla di non già suonato e sentito. E, dopo quattro minuti spesi dal suo amato e odiato cantante chiedendo a se stesso e a noi tutti che senso ha oggi pubblicare un nuovo disco degli Who, a rispondere ci pensa Pete Townshend, che la chiude canticchiando Yours is yours, and what's mine is mine, and what's mine is mine, and what's mine is yours - Who gives a fuck?”.

 Prima ancora di dare il benvenuto a questo inedito episodio di classic rock di qualità, un’avvertenza: qui siamo, prima di tutto, al puro “Classic Who.

Call and response, tensione e dualismo tra due dioscuri, ricorrenze a iosa, e quell’incombente e sarcastico travaglio della rockstar scomoda in panni non scelti che riflette ben altri travagli collettivi: una ricetta tradizionale per l’ennesima pietanza eccellente. Tredici anni dopo l’uscita del suo predecessore “Endless wire” (che, riletto con prospettiva più profonda, al confronto pare solo una mini-rock opera mezzo abortita), “Who” è un ottimo album e, a mani basse, vince il confronto con qualsiasi cosa sia uscita dopo “Who are you?”: era il 1978 e Keith Moon ci aveva appena lasciati soli in questa valle di lacrime.

“Classic Who” significa innanzitutto mantenere un suono inconfondibile anche quando è dal 1978 non hai più alle spalle la sezione ritmica più insostituibile della storia (per quanto rimpiazzata al meglio della qualità con Zak Starkeyal posto di Moonie e Pino Palladino al posto di John Entwistle). Tutto dipende dalla chitarra di Pete, impareggiabile tessitore di suoni tra l’acustico e l’elettrico che ricama con gli accordi invece che con i solo (un esempio? “Detour”, che suona come se fosse fuoriuscita dal tubo di scappamento di “Magic bus”). 

Significa, poi, mescolare delicatezza e violenza nel suono e nelle liriche, fondendo introspezione e critica sociale come se nulla fosse. La “Won’t get fooled again” di un tempo – con tutt’altro taglio e stile – oggi è avvicendata da “Street song”, ispirata dalla carneficina della Grenfell Towerlondinese e un po’ reminiscente di “Baba O’Riley” nell’uso del synth, e meglio ancora da “Ball and chain”, una denuncia sulle violenze di Guantanamo costruita su una semplice base blues (“C’è una bella zona di Cuba progettata per infliggere dolore agli uomini”).

E significa, infine, spiegare il ricorso ai temi ricorrenti di un’intera carriera come questioni ancora irrisolte: “La vita ci offre buoni insegnamenti, ma non voglio diventare saggio”canta Roger in “I Don’t Wanna Get Wise”, richiamando alla mente – per antitesi - l’immortale Hope I die before I getold della post-adolescenziale “My Generation”. Per coerenza, per amore di letteratura e per auto-denuncia quel “moccioso che divenne un successo” insiste a non arrendersi e resta l’arrogante che era: non più un teenager, ma una ricca rockstar…

La stelletta che separa “Who” dal massimo dei voti è stata sottratta al punteggio dalla presenza in scaletta delle superflue “She rocked my world” e “Break the news”, corresponsabili al cinquanta percento: la prima è una canzone latineggiante con poca personalità e la seconda è un brano troppo banale firmato da Simon Townshend.

Ed ammetto la tentazione, alla quale ho resistito, di ricaricare poi almeno un’altra mezza stelletta grazie alla presenza di quella che ritengo la copertina dell’anno, un gustoso mosaico dal vago sentore di pop art firmato da Peter Blake, quello di Sgt Pepper.

Ma ciò che è ironico ed importante è ricordare che questo album è stato inciso con i due Who originali praticamente mai presenti insieme in studio. E’ paradossale, perché in verità il disco sembra volere ribadire ai vecchi fans che Pete dà sempre il meglio di sé con Roger. Ad eccezione di “Empty glass”, un autentico classico, ai suoi lavori solisti è infatti sempre mancato il contraltare che gli ha permesso di fare un’arte delle contraddizioni sue e del suo tempo. Con il frontman al suo fianco, invece, è regolarmente sceso in guerra col mondo, scegliendosi di volta in volta potenti avversari veri o presunti - il sistema sociale britannico, o la generazione che ha preceduto la sua lasciandola crescere tra le macerie post-belliche, oppure la bieca contaminazione del pop che era assunto a forma d’arte. Ed è solo in questa modalità che può perseverare a ribadire la morte del rock, da lui dichiarata quando era un vecchio trentenne,continuando a suonarlo a livelli siderali.

TRACKLIST

01. All This Music Must Fade (03:20)
02. Ball and Chain (04:29)
03. I Don't Wanna Get Wise (03:54)
04. Detour (03:46)
05. Beads On One String (03:40)
06. Hero Ground Zero (04:52)
07. Street Song (04:47)
08. I'll Be Back (05:01)
09. Break The News (04:30)
10. Rockin' In Rage (04:04)
11. She Rocked My World (03:22)
12. This Gun Will Misfire (03:35)
13. Got Nothing To Prove (03:38)
14. Danny And My Ponies (04:02)
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