«SKETCHES OF SATIE - Steve Hackett & John Hackett» la recensione di Rockol

Steve Hackett & John Hackett - SKETCHES OF SATIE - la recensione

Recensione del 19 apr 2000

La recensione

Che Erik Satie sia uno dei compositori classici con maggiori legami e influenze contemporanee è fatto abbastanza noto e sottolineato, se mai ce ne fosse bisogno, dalla presenza della sua firma sul recente lavoro di William Orbit dedicato alla rilettura di popolari temi classici per sonorità elettroniche.

Che le sue composizioni per pianoforte abbiano esercitato una forte influenza sul pianismo jazz di artisti come Bill Evans, Paul Bley, Chick Corea, Lyle Mays è cosa altrettanto risaputa, finendo per incarnare davvero quanto lo stesso Satie aveva detto a proposito della sua musica: «E’ musica popolare senza tempo per una cultura ancora da venire». Che il chitarrista dei Genesis – e non importa che non ci sia più, perché comunque era e resterà lui IL chitarrista dei Genesis – abbia mantenuto un’aura di leggenda nonostante anni di carriera non proprio esaltante è un altro fatto, che porta a guardare a questo album con molta fascinazione. Peccato che l’esperimento tentato dai due Hackett – cuor di babbo Steve e la sua chitarra con cuor di figlio John e il suo flauto – sia un mezzo naufragio, perché toglie alla musica di Satie quella liquidità, quella sobrietà che forse è la prima virtù che essa emana. Tanto essenziali sono i suoi temi musicali suonati da un pianoforte sinonimo di minimalismo, tanto magici nella loro semplicità e ripetizione, quanto inutile e fuori contesto sembrano le note tenute dal flauto, i legato interminabili che rendono piatta e zuccherosa una melodia tutt’altro che tale, almeno sulla carta. Diverso sarebbe stato un album per sola chitarra, diverse sono le registrazioni per pianoforte, strumento che ha dalla sua una dinamica che gli permette risonanze armoniche e melodie brevi e asciugate dall’uso del pedale. Con il flauto, con il fiato, tutto ciò rischia di trasformarsi o in un inferno di note spezzate o in un inferno di note legate a forza. Peccato per il vecchio Steve, che tesse delicati arpeggi con la sua chitarra a tutto appannaggio del giovane Hackett, ma le buone intenzioni e l’amore paterno non eliminano da questo album l’effetto soporifero che è capace di sprigionare dopo qualche minuto.

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