«THE SOPHTWARE SLUMP - Grandaddy» la recensione di Rockol

Grandaddy - THE SOPHTWARE SLUMP - la recensione

Recensione del 20 apr 2000

La recensione

Se non fosse già stata usata in ambienti trip hop, per i Grandaddy calzerebbe bene l’espressione “bedroom rockers”. Le loro canzoni sono costruite infatti su un impianto strumentale classico del rock (chitarre, tastiere, sezione ritmica), ma emanano malinconia e intimismo “da cameretta” appunto. Più che aspiranti divi rock, sembrano campagnoli timidi e appartati capitati più o meno per caso nel caos del mondo discografico, dove riescono a sopravvivere rintanandosi in un angolino appartato. “The sophtware slump” prosegue nella linea dei precedenti lavori; c’è una maggiore cura di suoni, ma l’indole ritrosa dei brani non ne viene intaccata. Meglio così, perché probabilmente è questo l’unico modo in cui i Grandaddy riescono a funzionare, anche se non sempre riescono a evitare un vago senso di soporifero torpore, soprattutto quando dilatano i tempi in modo eccessivo. I quasi nove minuti della pur apprezzabile “He’s simple, he’s dumb, he’s the pilot”, ad esempio, sono fin troppi. A parte questo, l’album funziona, fra momenti struggenti come “Jed the humanoid”, una sorta di lamento funebre per un robot umanoide “ucciso” da una sbronza fatale (detta così, sembra una storiella idiota, ma la canzone è davvero commovente) o “Underneath the sleeping pillow”, episodi più rockeggianti come “Chartensgrafs” e “Broken household appliance national forest”, la melodia pop di “Hewlett’s daughter” e le strofe alla Pavement di “Miner at the dial-a-view”. Se siete in cerca di qualcosa che vi tiri su il morale quando siete triti, rivolgetevi pure altrove; se invece apprezzate quel genere di dischi da ascoltare nella quiete della vostra stanza, i Grandaddy potrebbero diventare i vostri prossimi beniamini. Sempre che non lo siano già.
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