«SINEMATIC - Robbie Robertson» la recensione di Rockol

Il 'classic rock' oscuro e cinematografico di Robbie Robertson

Otto anni dopo “How to Become Clairvoyant”, l'ex componente della Band pubblica un nuovo album.

Recensione del 10 ott 2019 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Robbie Robertson, ora 76enne, è un personaggio per il quale non si può non avere rispetto professionale. Componente di quel miracolo di gruppo musicale chiamato The Band che, per una decina di anni, dal 1967 al 1976, quando decise di chiudere l’attività con un leggendario concerto – divenuto in seguito un leggendario film, precursore dei documentari musicali, intitolato “The Last Waltz” diretto da Martin Scorsese (e per il regista di origine italiana ha curato la colonna sonora dell’ultimo film, in uscita a novembre, “The Irishman”)  – tenuto il 25 novembre 1976 al Winterland di San Francisco, dove in qualità di ospiti transitarono sul palco una infinità di musicisti di eccelso livello a rendere omaggio. Qualche anno più tardi, nel 1983, la Band riaprì il negozio, senza riuscire a rinverdire gli antichi fasti, ma Robbie si chiamò fuori.

Robbie si prese del tempo, e dopo un silenzio lungo quasi una decina di anni, annuncia, nel 1987, l’uscita del suo primo, eponimo, album solista. Una carriera solista che ora, a distanza di oltre trenta anni, si può affermare sia stata piuttosto avara di pubblicazioni. Sette album in tutto, un paio dei quali, tra l’altro, collegati a progetti collaterali legati a quella che viene definita world music, quali possono essere il commento sonoro a un documentario televisivo dedicato ai nativi americani – tema che Robertson ha particolarmente a cuore essendo figlio di madre indiana Mohawk - oppure legati alla cultura degli aborigeni canadesi.

Seppur le sette note abbiano chiaramente centralità negli interessi del musicista nato a Toronto, anche il cinema ha assorbito buona parte delle sue energie, sia come compositore che, in misura minore, nel ruolo di attore. Data la parsimonia con la quale si è proposto in carriera, ogni nuova uscita discografica viene quindi accolta, oltre che con il dovuto rispetto, anche con grande attenzione e salutata come una sorta di ‘regalo’. Un regalo, questo, atteso otto anni, tanto lo spazio temporale trascorso dalla precedente uscita, “How to Become Clairvoyant”.

“Sinematic” è, come si suole dire, l’ideale seguito di “How to Become Clairvoyant”. L’atmosfera, il mood introspettivo e, a volte, permeato di oscurità è infatti il medesimo. A ciò contribuisce in buona misura il cantato di Robertson che spesso assomiglia più a un parlato, così da aggiungere ulteriore profondità alle parole e alla musica. Musica che risente del lavoro condotto in questi anni sulla composizione delle colonne sonore, che siano documentari oppure lungometraggi. Ciò trova fondamento anche nelle parole di Robertson: “Stavo lavorando alla musica di ‘The Irishman’ e a quella del documentario (‘Once Were Brothers: Robbie Robertson and The Band’, basato sulla sua autobiografia pubblicata nel 2016, ‘Testimony’), e questi due progetti si stavano sovrapponendo. Ho intravisto un percorso definito: come in un film, si intrecciavano immagini a tratti ossessive e violente, ma anche piacevoli e positive. Seguendo quelle immagini tutto ha preso forma”.

E’ difficile sorprendersi del fatto che “Sinematic” sia un ottimo album da parecchi punti di vista, ma così accade. Una volta di più, la si può considerare la prova provata che i talenti fuori categoria ogni giorno che cade in Terra si migliorano sempre. Ogni giorno aggiungono conoscenza ed esperienza alla conoscenza e alla esperienza. Ogni maledetto giorno. Quello che viene meno, discettando del Robbie Robertson nel 2019 (e non potrebbe essere altrimenti), è il contesto storico e l’attenzione riservatagli dai media. Robbie Robertson e i musicisti della sua generazione – quella dei nati nei ‘forties’ – sono stati eroi ormai tanto tanto tempo fa, ora sono registrati alla sezione classici del rock e occupano pagine nei libri di storia. Ecco, “Sinematic” è un gran classico del rock del 2019.

TRACKLIST

01. I Hear You Paint Houses (05:03)
02. Once Were Brothers (04:24)
03. Dead End Kid (03:58)
04. Hardwired (03:58)
05. Walk In Beauty Way (05:37)
06. Let Love Reign (05:11)
07. Shanghai Blues (03:51)
08. Wandering Souls (02:33)
09. Street Serenade (05:06)
10. The Shadow (04:26)
11. Beautiful Madness (04:30)
12. Praying For Rain (04:11)
13. Remembrance (05:28)
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