Neil Diamond invita a star lontani dai predicatori-showman che girano le città con i loro tendoni, i Village Callers cantano che New York brucia mentre i dischi girano sul piatto, uno stacco pubblicitario suggerisce di provare la root beer Mug. È la colonna sonora del nono film di Quentin Tarantino “C’era una volta a… Hollywood”. Non è solo un atto d’amore per la musica di fine anni ’60, la sua vitalità, il suo candore, il suo senso del divertimento. È anche un invito a scavare nei meandri del pop, del soul, del rhythm & blues, del rock. Oggi, milioni di canzoni sono disponibili istantaneamente, eppure tendiamo ad ascoltare le stesse cose, gli album più amati, i classici che già conosciamo. Ci voleva Tarantino per dirci che la musica è stata anche questa: Buffy Sainte-Marie che rifà con grazia “The circle game” di Joni Mitchell o Mitch Ryder che urla nel microfono “Jenny take a ride”.
È una specie di ritorno al passato, per Quentin Tarantino. Se per la colonna sonora del western “The hateful eight” il regista s’era affidato a Ennio Morricone, premiato con Oscar, per “C’era una volta a… Hollywood” è tornato al formato dell’antologia di brani non troppo famosi. Il gioco è cercare una corrispondenza fra scene del film e deep cuts mezze dimenticate. Nel farlo, il regista s’è affidato alla mano sicura della sua music supervisor Mary Ramos e ha limitato la ricerca fino all’anno in cui è ambientata la storia, il 1969 della strage compiuta a Beverly Hills dalla Family di Charles Manson.
Tarantino e Ramos sono andati a scavare nel passato fino a ritrovare un pezzo di metà anni ’60 degli americani Roy Head and the Traits. “Treat her right” era stata dimenticata, pur essendo arrivata nel 1965 al secondo posto nella classifica americana, giusto dietro a “Yesterday” dei Beatles. Piazzandola in apertura di film e disco, Tarantino dà grande rilevanza alla canzone, un invito a trattare bene le proprie partner e non perché è giusto, ma perché assicura di farsi un buon nome fra altre possibili ‘prede’.
Alcune canzoni servono per evocare l’atmosfera dell’epoca – è il caso di “California dreamin’” nella versione di José Feliciano. Altre si ricollegano direttamente a quel che si vede sullo schermo, come quando Margot Robbie/Sharon Tate cita Paul Revere and the Raiders, di cui si ascoltano tre pezzi. Altre canzoni, come “Son of a lovin’ man” dei Buchanan Brothers, sono tratte dalla ricca collezione di vinili di Tarantino. I pezzi sono inframmezzati da annunci di speaker radiofonici e jingle pubblicitari d’epoca che nella loro ingenuità e superficialità strappano un sorriso.
Questo non è solo il souvenir sonoro di un film. Pur contenendo alcuni pezzi piuttosto celebri come “Hush” dei Deep Purple o “Ramblin’ gamblin’ man” di Bob Seger, e persino un super classico come “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel, “Once upon a time in… Hollywood” funziona alla perfezione come archivio di canzoni perdute, un luogo dove scoprire nomi e titoli dimenticati. E chissà mai che una di queste canzoni viva una seconda giovinezza com’è accaduto a “Misirlou” o a “You never can tell”.