«FREE - Iggy Pop» la recensione di Rockol

Liberate l'Iguana...

Nuovo album per Iggy Pop che - come annunciato dai brani in anteprima - ci sorprende con sonorità soft, jazzate e artistiche

Recensione del 06 set 2019 a cura di Andrea Valentini

La recensione

A 72 anni è ancora sul palco, senza maglietta, coi jeans a vita bassa che cadono, i capelli biondi lunghi. Ogni tanto vi fa vedere anche il… ehm… pisello e canta “I wanna be your dog” e “No fun” come 49-50 anni fa. Tutto molto “wow”. Un esempio perfetto di “rocker inossidabile” – gente tipo Keith Richards, per intenderci. Però a 72 anni – lo dico con l’affetto che può avere uno che possiede circa un centinaio di dischi fra ufficiali e bootleg degli Stooges – l’Iggy rocker è pericolosamente vicino alla caricatura di se stesso. E, deo gratias, se n’è accorto. Non che gli sia mai mancata una buona dose di autoironia e di sale in zucca, ma lo spirito da vecchio leone da palco pareva essere duro da domare, a costo di presentarsi dolorante, zoppicante, con l’addome un po’ gonfio  – come documentava il film “American Valhalla”, che immortalava la lavorazione di “Post Pop Depression” e relativo tour. Non un bellissimo spettacolo.

E infatti sembrava che Mr. Osterberg fosse intenzionato a chiudere la propria carriera con il citato “Post Pop Depression” di tre anni fa, un bel disco che avrebbe suggellato più che degnamente la sua esistenza da performer, padrino del punk e quant’altro. Ma a sorpresa ha annunciato e pubblicato questo “Free”. Che, in effetti, pur essendo un disco di Iggy Pop, non è un disco alla Iggy Pop.

L’Iguana questa volta ha deciso di ritentare la carta della sorpresa, come già fatto nel lontano 1999 (“Avenue B”) e nel 2012 (“Aprés”): niente rock, niente chitarroni, niente schiaffoni. Piuttosto sembra – chissà se nel tentativo di omaggiare l’amico scomparso – che abbia cercato di rileggere alla propria maniera l’ispirazione di quel canto del cigno e testamento che fu “Black Star” per David Bowie… perché anche “Free” si immerge, per buona parte, in atmosfere jazzate.

Certo, diciamolo subito: stiamo parlando comunque di due campionati molto diversi. “Free” non è “Black Star”, così come Iggy non è mai stato Bowie. Ma indubbiamente i due artisti hanno avuto più di un momento di comunanza d’intenti e d’ispirazione. Ed ecco, quindi, che ci troviamo di fronte a un disco peculiare, che definire “sperimentale” è forse troppo – ma di sicuro è un disco artistico, che si rifiuta di far leva su schemi precostituiti e faciloni (“Dai Iggy, facci un pezzo alla Stooges! E poi una come ‘The Passenger’, quella bella!”).

Iggy parla di un album che gli è “capitato quasi per caso” e a cui ha prestato la propria voce. Può anche essere, ma in ottica più realista del re diciamo che se il fine giustifica i mezzi – anche se frutto di serendipity o più prosaiche botte di culo – possiamo ritenerci soddisfatti. Gli otto pezzi (più due spoken word) scivolano via piacevolmente, con la voce di Iggy che ci culla e ci diverte, accompagnata dal lavoro delle chitarre di Sarah Lipstate (alias Noveller) e dal maestro degli ottoni Leron Thomas. Tanto che a tratti ci si trova in un jazz club alle prime luci dell’alba, intrisi di quella malinconia che la morte dell’ennesima notte passata in giro lascia addosso.

“Free” è semplicemente il disco di Iggy più bello fra quelli che non c’entrano nulla con l’Iggy che tutti ci aspettiamo.

 

TRACKLIST

01. Free (01:48)
02. Loves Missing (04:19)
03. Sonali (03:30)
04. James Bond (04:31)
05. Dirty Sanchez (04:21)
06. Glow In The Dark (03:57)
07. Page (04:08)
08. We Are The People (03:13)
10. The Dawn (02:08)

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